Recensioni

Apre con un piccolo capolavoro di coesione strumentale ed efficacia hard psichedelica, The Strangler’s Wife. Amos e Jones cavalcano, tallonati dal lavoro tribale della batteria, l’onda d’un epico strumentale a ½ fra surf noir e lisergie prostrate ai piedi di musiche filmiche: First Victim.
E così è, anche nei fatti. “The Strangler’s Wife”, secondo cd dei Cul de Sac annata 2003 (un anno prolifico il loro… altro che ‘cul de sac’), rivive in musica le scene d’un ignota opera cinematografica. Musicare una pellicola è pericoloso, ben lo sanno i musicisti, si rischia uno scollamento-sdoppiamento fra il fotogramma musicato, anche alla perfezione, e il sonoro senza l’ausilio del visivo. Ma i Cul De Sac (un nome, un destino) non si arenano certo in siffatte secche. Anzi.
That’s Great Then, Isn’t? lavora, benissimo, d’olio di gomito acustico, faheiano, arpeggiando la chitarra acustica per un minutino e mezzo scarso. E che dire poi delle melme torbide d’elettronica acquitrinosa di Mae Learns The Truth; trattasi di bozzettismo, confermo, ma lucido e comunicativo. Come in Denoument, privilegiata da una durata sopra i 4 minuti, quale il pezzo precedente, ed inabissatasi in profonde faglie dark o deep ambient (di molto prossimo, vedi i fraseggi al violoncello, agli ultimi Black Tape For A Blue Girl).
Il resto delle 18 briciole di suoni aggregati che i Cul De Sac beccheggiano in The Strangler’s Wife, parla per lo più con voce di sogno sfocato e un poco torbido (Pregnacy Test, Love Making Mae’s Theme). Neoclassico e barocco, forbito e comunicativo, il sound stesso dei Cul De Sac, ma mano gli anni passano, diviene, paradosso dei paradossi, film sonoro per immagini immaginate o pensate proprio quali fossero film. Making mind’s movies… for mind’s soundtracks. Ecco i Cul De Sac.
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