Recensioni

Quella del messicano Cubenx, all’anagrafe Cesar Urbina, è una carriera discografica che procede per svolte nette: dei trascorsi techno degli esordi (poi raccolti nella retrospettiva del 2008, The Cold Swells) rimaneva già ben poco al momento del debutto sulla lunga distanza, l’eclettico (e quasi cantautorale) On Your Own Again, a sua volta rinnegato con l’uscita del sophomore-album Elegiac, un ritorno a sonorità elettroniche tra l’Inghilterra della stagione dubstep e la Germania dei vari Apparat.
Anche il nuovo Fractal City, che prosegue nel sodalizio con la label francese Infiné, dal 2011 unica costante di tutta la discografia, si muove nuovamente su territori elettronici, ma a differenza del suo predecessore elude volutamente ogni accenno di orecchiabilità e patina glamour in favore di un concept urbano, sviluppato in due diversi momenti temporali. Il primo, la commissione da parte dell’artista canadese Maotik per una serie di installazioni audiovisive, ha spinto Cubenx ad approfondire i software generativi, un approccio inumano completamente nuovo per lui, mentre il secondo è stata la presa di coscienza, durante alcune pedalate serali nei quartieri di Parigi, della struttura frattale delle metropoli contemporanee. I due stimoli hanno così portato alla composizione di Fractal City, un album che ci consegna, ancora una volta, un Cubenx totalmente inedito, ma efficace come mai in precedenza: le nove tracce dell’opera spaziano infatti tra industrial-music annichilente (Ssarg, Human Dilemma, Smash Other) e idm cerebrale (Transect, Quantified), tra ballate ambient (Urban Decay, Hagel, Axe Majeur) e una versione distopica della library più positivista (Fractal City).
Coronamento di un percorso tortuoso, a tratti anche forzato, Fractal City è la testimonianza migliore di come certi artisti non vadano giudicati frettolosamente: se Cubenx era sempre apparso un poco superficiale nel mutare pelle continuamente, quest’ultima metamorfosi è invece indiscutibile zenit creativo, tanto visionario quanto materico.
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