Recensioni

Come gli Wombats un anno dopo, ma nel rispettivo ambito elettro-contaminato, i brasiliani CSS erano, nel 2006, una perfetta cartina al tornasole di ciò che era andato nei primi Duemila. Mescolavano punk e pop, sintetico e rock e se avevano senz’altro avuto il merito d’allungare la vita all’electro-clash (Chicks On Speed) rappresentavano la classica bolla speculativa per chiunque – dall’ascoltatore indie-generico (Off The Hook) al sofisticato divoratore p-funk (Music Is My Hot Hot Sex, Let's Make Love and Listen to Death From Above) e di videoclip (Alala), dal discografico (Sub pop, Warner) al produttore videogame (Fifa, Midnight Club: Los Angeles…) – volesse vederci/respirarci/viversi una fetta di fugace inizio millennio abulimicamente citazionista.
Con il successivo Donkey, e gli 80s che iniziano a spingere (Move), i ragazzi si reinventano senza lo stesso successo (Left Behind), abbandonano l’indie-electro più ruspante, compattano e puntano svogliatamente alle radio fm e a quell’America che li ha sempre visti con freddezza e, a tempo perso, iniziano a giocare d’anticipo sui Novanta (Rat Is Dead (Rage)). Risultato: consolidamento di una nicchia mainstream “di riserva” negli UK, due passi indietro nelle charts dei singoli (tranne in Finlandia!?) e sbuffo del mondo internettaro che reclama ricordi 80s da immaginario collettivo e non l’ennesimo revival dell’intorno 78-84 (il p-funk di Jager Yoga o la mutant disco Reggae All Night).
Con La Liberación, i CSS ritornano alle origini ma ritentano la scalata americana con le proteiche I Love You e City Girl che strizzano l’occhio all’infantilismo di Katy Perry e alla fake riotness di Ke$ha (vocoder compreso), e provano a condirli con i triti trucchetti punky degli esordi (lisergiche MGMT o sintetiche nu rave). Sono episodi piuttosto isolati e fortunatamente con il tropicalismo scazzato e divertito le cose vanno nella dirazione giusta salvo scadere in ritornelli da corso all’acquagym (Echo Of Love) o banalizzazioni Chicks On Speed (You Could Have It All).
E’ un vero peccato che metà dell’album se ne vada in questa direzione quando era stata una bella Hits Me Like A Rock con tanto di cameo di Bobbie Gillespie (Primal Scream) ad anticipare l’intero album tra morbidezze 80s e vintage funk. Il rischio più grave, del resto, è quello di mandare all’aria una seconda parte che matura i citati tagli 90s di Donkey con risultati soprendentemente adulti. Lovefoxxx migliora la cadenza di qualche strofa in slacker punk (Rhythm To The Rebels) e il bassista e produttore del disco Adriano Cintra ci mette l’ideale mix di strati produttivi (Fuck Everything).
Non sono male i brasiliani quando macinano la verve urban che va dai Sonic Youth alle Throwing Muses passando persino per i Pulp e una coda al pianoforte dell’ospite Mike Garson, session man per il bowiano Alladin Sane (Partners In Crime). E’ questo il nuovo volto radical chic del combo brasiliano (bella anche Red Alert), ancora pop-punk ma animato – e bentornati aggiungiamo – di sincera urgenza e fors’anche una rinnovata consapevolezza. Peccato per le schifezzuole nella parte iniziale.
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