Recensioni

Con il primo LP, Jinx, i Crumb avevano rotto il ghiaccio (o l’itterico strato di resina raffigurato nella copertina), mentre qui, idealmente, il ghiaccio si scioglie. Non è chiaro se e come avverrà la sublimazione dei loro talenti, ma è ben visibile sotto al naso che i newyorchesi siano uno dei segreti meglio custoditi dell’indie americano.
E no, non fraintendete il concetto: se qui parliamo di “indie”, è solo per onor di cronaca: il quartetto capitanato da Lila Ramani è infatti un organo (in parte) autosufficiente, che si autoproduce sotto l’egida della propria etichetta (Crumb Records, una vanity label in termini discografici d’antan), che fa capo a un network di collaboratori e artisti provenienti dalla scuola d’arte in cui si conobbero nel 2016, e che è uscito dal buco con le proprie gambe, in barba alle industry plants con la pappa pronta (artisti che spesso hanno lo stesso numero se non inferiore di ascolti mensili su Spotify – si sa, il nuovo conio del music business). Per il resto, di indie (che sia rock, pop, jazz, etc.) c’è veramente poco, se non una “parvenza di” – brani che sembrano composti o forzati, quello sì, dalla legge marziale del “sotto i 3 minuti e mezzo, grazie”. Ma non inficia e non nuoce, ché il mondo civilizzato moderno non ha tempo per gli album lunghi, figuriamoci per quattro stonerds che usano la psichedelia come testuggine per difendersi dalle storture del mondo.
Ah, e non azzardatevi a bollare il loro blend mellifluo di the scuro e oppiacei in libero circolo come dream pop – il dream più che altro è un nightmare, forgiato dal subconscio della sempre assonnata Lila Ramani nel pellegrinaggio che ha portato i suoi verso L.A. per le lavorazioni dell’album: un costante reflusso pecioso e lento (con rari skit di classe, come il backbeat brioso di Retreat!, o la disco stanca in Balloon, brano più ispirato della tracklist – due oasi dall’effetto stordente, in un deserto di midtempo arrancanti e proni), 10 brani che trasudano malinconia aliena, trance mistica, piacevole rassegnazione.
Non un balzo clamoroso in avanti, ma un più che buon passo intermedio per confermare lo status di autentica rivelazione.
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