Recensioni

6.4

A Loke Rahbek non piace starsene con le mani in mano. Da solo, in coppia con altri artisti o all’interno di gruppi, il danese – co-fondatore di Posh Isolation – ha mantenuto un output prolifico e di cui si fatica a tener traccia. Fra le sue multiformi identità, quella che ha catturato più discepoli fedeli al culto è senz’altro il progetto Croatian Amor, con cui ha cristallizzato (dopo una manciata di tapes abstract noise) un sound umbratile a base di tappeti ambientali e synthetici cui la giusta dose di grana sonora dona una consistenza diafana e un’emotività algida.

Si può pensare alla musica di Croatian Amor come a una musica eminentemente termica: capace di riscaldare e tener compagnia agli animi più saturnini nei mesi freddi dell’anno, e altresì in grado di raffreddare le temperature del nostro termometro sensoriale-emotivo nei mesi caldi. È anche musica umorale, sempre sospinta dagli instancabili venti di una sehnsucht di retaggio romantico e da quelli decadenti di un sé ora in stato di languido abbandono, ora animato da slanci lussuriosi e più ricchi di pathos.

Dicevamo dell’iperattività di Rahbek. Fra il 2019 e oggi ha pubblicato Isa, in cui prendeva forma una nuova direzione fatta di percussioni e voci che venivano a galla come non mai, e sul fronte collaborazioni ci ha regalato due EP realizzati a quattro mani con Varg²™ (in cui più di un occhio è strizzato al dancefloor) e un album di ambient neoclassicheggiante con Frederik Valentin. La press release del nuovo All in the same breath lo presenta come una sintesi ideale di queste due anime opposte e complementari dell’artista di Copenhagen. Di fatto, più che una sintesi, che implicherebbe un tertium che vada oltre tesi e antitesi, qui siamo piuttosto di fronte a un lavoro che si situa a metà strada, andando a pescare idee sia dalla vena più lirica che da quella più ritmica, ma restando in superficie e limitandosi a svolgere il compitino per evitare l’insufficienza.

Dal suono più etereo e impalpabile degli inizi, siamo giunti ad una concentrazione materica sempre maggiore sfociata nel cospicuo utilizzo di drums e nella tirata a lucido delle melodie. I fantasmi nelle macchine che infestavano i precedenti lavori sono stati scacciati, il progetto Croatian Amor si è rivestito di una laccatura scintillante e si ripresenta oggi, come col precedente Isa, in questa nuova veste irrobustita e più spavalda, perlomeno nella texture. La ricetta di base è sempre la stessa, non fraintendiamoci: synth intimisti che danno vita ad atmosfere cariche di quell’emotività fredda ma pulsante e convogliano in sé un pathos malinconico, con inediti slanci epici. Con la differenza che la coltre di nubi attraversata da fiochi raggi di sole è ormai del tutto sostituita da un cielo terso e cristallino, il cui chiarore è solo occasionalmente sporcato da zone d’ombra.

Se The World e Genitalia Garden dipingevano lirici paesaggi romantici che si dischiudevano ad un ascolto-visione imperniato su una fragilità diafana, questo All In The Same Breath sembra più una fotografia da cartolina in alta definizione, in cui l’amalgama di forme e colori si dà nell’immediato; una fotografia in cui niente è fuori posto e in cui proprio in virtù di ciò si fatica a ravvisare quello scarto, quel dettaglio minuto che dischiude un mondo, quel punctum di barthesiana memoria.

Non c’è niente che non sia ben fatto, sia chiaro. Anzi, tutto sembra fin troppo studiato. Il trittico iniziale, se da un lato presenta melodie e synth in puro stile Croatian Amor, lo fa d’altro canto sacrificando l’alone di indeterminatezza e fascino conturbante cui eravamo abituati. New morning ci fa subito capire che i paesaggi sonori sono ormai renderizzati in HD; Yoyogi Park prende la malinconia astratta e ineffabile dei primi lavori e la convoglia su un target preciso, ossia i ‘90s escapisti evocati dal breakbeat; Young poggia su un beat muscoloso e fa pensare a Four Tet dopo un periodo di isolamento in Scandinavia. Jonathan è forse la sua traccia più pop e lambisce i territori di un Bonobo in versione rarefatta, mentre il synth pop digitale della title track è il punto di contatto più evidente col precedente Isa.

L’equilibrio tra le due anime di Rahbek trova la sua espressione più felice in Fires in the dark, pezzo meglio riuscito dell’album insieme alla finale e malinconica The River That Flows In You Also Flows In Me, non a caso sulla falsariga del “vecchio” Croatian Amor. Tra episodi più classicheggianti (No Ends To New Moments) e propulsioni sincopate (Same Light Reflects), la sensazione è che il ragazzo abbia tutte le carte in regola – e nessuno ha mai avuto dubbi a riguardo – ma potrebbe fare di più. Ai neon artificiali e ai rivestimenti patinati preferiamo, almeno nel suo caso, le fioche luci naturali e le penombre dell’inverno danese.

Amazon
SentireAscoltare

Ti potrebbe interessare

Le più lette