Recensioni
«Il personaggio più importante della scena pop brasiliana» (Caetano Veloso dixit) arriva in Italia per tre date, partendo dal Carroponte di Sesto San Giovanni (le altre due saranno il 31 luglio a Roma e l’1 agosto a Oristano). Sotto il palco si conteranno poco più di duecento persone, per il novanta percento brasiliani, dato che la dice lunga sulla popolarità ancora tutta da costruire di Kleber Cavalcante Gomes in arte Criolo e del suo mescolatissimo hip hop dai testi fluenti e (molto) battaglieri.
Sarà una questione di lingua, oppure il deficit di militanza dei nomi grossi dell’hip-hop nostrano (un tempo gli Assalti Frontali, oggi Fedez: andate a chiedere a un ventenne cosa fossero le posse), sta di fatto che agli italiani Criolo per ora non sembra interessare. Ma a lui questo importa fino ad un certo punto, visto che la maggioranza carioca assiepata dietro le transenne lo fa praticamente giocare in casa. E dunque via: line-up essenziale composta da chitarra, batteria, tastiere, basso, con Marcelo Cabral a spandere una quantità impressionante di groove, pochissimi inserti elettronici ben calibrati e una scaletta che ripercorre quasi per intero l’ultimo splendido Convoque seu Buda e pesca qualcosa dal best-seller Nó Na Orelha (tre MTV Awards).
Criolo sa decisamente il fatto suo: l’ostacolo della lingua viene aggirato da un rapping scioltissimo e musicale a cui il Nostro aggiunge una mimica da attore consumato e dosi ingenti di carisma. Incita il pubblico, balla dinoccolato, evita quasi del tutto le prediche fra un pezzo e l’altro e alla fine risulta straordinariamente verace, lui che dalla strada viene e che della strada ha mantenuto il carattere diretto e polveroso. Eppure il suo hip-hop imbastardito da samba, afrobeat, reggae, brega (forse l’influenza più rappresentativa dello spirito popular che anima il tutto) e scorci melodici di purissimo pop d’alta scuola ha una sua feconda eleganza formale. Insomma: Criolo nelle sue canzoni è arrabbiato, tifa rivolta (“Invoca il tuo Buddha / Il clima è teso / Hanno avvertito / Che incendieranno la Città”, scandisce nella title-track dell’ultimo disco), non ha peli sulla lingua e mena come un fabbro. Ma lo fa con quel tanto di personalità negli abbinamenti sonori e il giusto filtro lirico nei testi (ascoltare per credere l’enorme Casa de Papelão), in modo che il tutto da un lato scalci la retorica e dall’altro sia credibile ed emozionante.
Il Brasile è un luogo spaccato da mutazioni socio-economiche enormi che lo rendono culturalmente incandescente. Non è un caso che produca ed esporti musica importante in ambiti diversi oltre i soliti nomi noti (due esempi recenti sono Domenico Lancellotti o Lucas Santtana). Se pensiamo poi che un corrispettivo italiano di Criolo potrebbe essere Caparezza (stesso rivolgersi ad un pubblico generalista, stesse dinamiche “crossover” nel discorso sonoro) a cui la Francia risponde con Stromae, ecco spiegato in un piccolo paragone fra rappresentanti dello stesso ambito l’impasse italico contemporaneo. Dove le città non bruciano e nessuno invoca Buddha.
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