Recensioni

Certe parole chiave non lasciano scampo: Mapuche, Victor Jara, campesinos, borghese, eccetera. Basta appurarne la presenza per mappare una canzone, un disco e una band in area combat folk con tutti i cortocircuiti retorici del caso. Ci sono però e per fortuna delle eccezioni. Come ad esempio i Cranchi. Fondati nel 2010 da Massimiliano Cranchi e Marco Degli Esposti (anche voce e chitarra dei The Great Northern X), sono un settetto padano con all’attivo già due album, l’autoprodotto Caramelle cinesi del 2011 e Volevamo uccidere il re del 2012. Il qui presente Non canto per cantare mette in fila dieci tracce che seguono sì percorsi narrativi cari a certo cantautorato più engagée, però alla luce di una fragranza languida e suggestiva che fa i conti prima col proprio malanimo che col fuoco dell’indignazione, abbozzando una calligrafia sospesa e palpitante che sposta sapientemente il baricentro sulle timbriche in gioco (chitarre acustiche ed elettriche, pianoforte, tastiere, archi, clarinetti, fisarmonica…).
E’ abbastanza naturale scomodare il miglior De Gregori, quello in bilico tra favola e crudezza diaristica, ascoltando California 1849 e una Dove sei e dove vai che bazzica nei dintorni di Buonanotte fiorellino prima d’imbarcare arguta verve bandistica. Altrove la morbidezza degli intrecci ed il disarmo laconico della voce riducono di parecchio la distanza tra la valle del Mincio ed il Warwickshire (Mariposa) quando non rievocano i tepori patinati del NAM (una L’isola infelice che non sarebbe spiaciuta ai Sodastream), mentre il piglio elettroacustico rimanda al trasporto di un Bubola (Terra rossa) o all’impeto Guccini che srotola storie e Storia ad altezza d’uomo (Eroe borghese). Disco riuscito proprio per come sboccia dal cuore di quel cantautorato che pensavamo incapace di riscoprirsi suggestivo. E invece.
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