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8.5

File under: sacred music”. Così stava scritto sulla copertina di Songs the Lord Taught Us. E se all’epoca poteva sembrare una simpatica cialtronata, la gag definitiva per sigillare un album che in apparenza era tutto una gag, oggi quelle parole vanno prese sul serio. In un mondo che è invecchiato male e che ha perduto perfino la memoria di cosa significassero concetti arcaici come “rock’n’roll”, “sottoculture”, “humour” e “musica pericolosa”, le canzoni che il Signore insegnò ai Cramps sono l’eredità sacra, lo spartito custodito da monaci devoti – sempre meno, e in monasteri sempre più in rovina – in attesa che finisca sto cazzo di nuovo Medio Evo e qualcuno torni a essere ispirato dalla parola divina. Cioè quella di Elvis, Link Wray, Sonics, Screamin’ Jay Hawkins, Duane Eddy, Trashmen, Ramones, Bo Diddley, Legendary Stardust Cowboys, Muddy Waters, Count Five…ognuno si scelga l’incarnazione che preferisce. Ai Cramps andavano bene tutti, insieme a migliaia di altri misfit, loser e borderline che hanno fatto la storia del rock’n’roll. Un esercito di non-morti in testa ai quali oggi marciano anche loro, e nel caso di Lux Interior, Bryan Gregory e Nick Knox è da intendersi proprio in senso letterale (lunga vita a Poison Ivy, splendida ultra-settantenne).

Impossibile sminuire l’importanza dell’esordio crampsiano nel grande disegno garage- punk’n’roll di questo ultimo mezzo secolo. Stranamente, la sua influenza è stata processata e assorbita davvero solo a distanza di un decennio dalla sua uscita. Negli anni ’80 la band era un cigno nero anche nel contesto del garage revival (con l’eccezione di qualche sparuto discepolo, tipo, che so, gli Scientists o i Beasts of Bourbon), mentre la loro lezione verrà seguita alla lettera soprattutto dal cosiddetto gunk-punk dei ’90 e oltre. A partire, naturalmente, da quei Gories prodotti anch’essi, come i Cramps di Songs…, da Alex Chilton.

E qui veniamo subito a uno dei tasselli più importanti nella genesi del disco. Senza mancare di rispetto a Lux, Poison, Bryan e Nick, il cui universo stilistico e la cui estetica erano già perfettamente formati, senza il contributo (o il non-contributo) chiltoniano l’album avrebbe suonato probabilmente in modo molto diverso. Il che non significa né migliore né – soprattutto – peggiore. L’impronta dell’ex Big Star è inconfondibile, e se si ascolta quel suo monumento alla deboscia che è Like Flies on Sherbert, uscito qualche mese prima nell’indifferenza assoluta, o si recupera qualche esibizione dei Panther Burns di Tav Falco in cui “LX Chitlin” si ritrovò a suonare nello stesso periodo, ci si rende conto che non c’è nessuna differenza. Un suono al limite, figlio di una consapevole estetica dello sgraziato e dell’informe (qualcuno ha usato l’aggettivo “picassiano”) che di per sé rappresentava il ground zero del rock’n’roll. Pure più del punk.

Era stato proprio nella New York punk, zona CBGB’S e dintorni, che il quartetto e il Chilton randagio dell’epoca si erano incontrati, riconoscendo immediatamente le proprie affinità elettive. Alex produce (si fa per dire) l’EP Gravest Hits e poi, dopo il contratto con la IRS se li porta nella sua Memphis a registrare, nientemeno che negli studi della Sun chez Sam Phillips. Per i ragazzi & ragazza che idolatrano i Fifties è come una visita alla fabbrica di Willy Wonka. Peccato che nel giro di pochissimo scoprano nell’ordine che: i tecnici dello studio li vedono come dei pezzenti e odiano Chilton col quale si rifiutano quasi tutti di lavorare, che Chilton stesso oscilli costantemente tra il pre-collasso alcolico e la follia pura e semplice, e che insomma lì dentro loro sono i più normali quindi si può immaginare il livello di professionalità delle session. Poco male, alla fine. Poison Ivy dirà: “Alex era sempre ubriaco, si accasciava sulla console e dovevamo trascinarlo sul divano, poi quando si svegliava cominciava a dare di matto. Noi suonavamo e risuonavamo, chiusi nella stessa stanza. Nessuna sovraincisione. Era tutto un po’ Dada. Quando ogni cosa è fuori controllo, e tu sei fuori controllo, ci sono le condizioni migliori per creare qualcosa di nuovo”. Quanta saggezza, Ivy. E non ti sbagli: Songs the Lord Taught Us era davvero qualcosa di nuovo, benché le sue radici affondassero in terreni antichi.

Sono tamburi marziali, vagamente barbarici, a aprire le danze. Dopo dieci secondi irrompono le chitarre semi-scordate, dopo trenta entra la voce da predicatore indemoniato di Lux Interior: TV Set è il miglior “eccoci qua” possibile per una band (una idea, un concetto filosofico, un pugno nello stomaco) come i Cramps. C’è già tutto. L’abbandono dionisiaco, il dilettantismo strumentale che in realtà maschera una visione musicale focalizzata al millimetro, il sesso, la sporcizia come valore, il cantato singultante, l’umorismo nerissimo e cartoonesco. E quando hai tutto ciò, che bisogno hai di un basso? Bisognerebbe tornare nella testa di un ascoltatore del 1980 – magari non uno di quelli che al Palasport di Torino tirarono addosso di tutto al gruppo, mentre aprivano per i Police: è possibile pensare a qualcosa di più antitetico di Lux Interior e di Sting? – per sapere davvero quanto sembrassero inquietanti i Cramps in quel momento. Non c’era nulla, neanche in quell’eccitante vortice di cambiamento che vedeva il punk trasmutarsi in new wave, che suonasse come loro. E sì, volendo potevano anche fare paura. Almeno in chi non riconosceva le fonti del grand guignol crampsiano: i fumetti, i B-movies, l’horror carnevalesco tipicamente americano. Figuriamoci, da noi allora si sapeva a malapena cosa fosse Halloween. Eppure non era difficile cogliere il lato comico in quel circo splatter/gore. Come si potrebbero prendere sul serio strofe come “ti taglio la testa e la metto nella tv/uso i tuoi bulbi oculari come antenne” o “baby ti vedo nel mio frigorifero/proprio dietro la mayonese / ci vediamo dopo per uno spuntino di mezzanotte”?

Per la frenetica Rock on the Moon (cover di un brano di Jimmy Stewart) ci si può già giocare una delle etichette storicamente appioppate ai Cramps, quella che forse ha contribuito a definirli maggiormente: psychobilly. Termine che peraltro aveva inventato sua maestà Johnny Cash. In quegli anni il rockabilly stava vivendo un periodo di revival, ma qui siamo a galassie di distanza da Stray Cats, Shakin’ Stevens o Robert Gordon. Il genere musicale preferito da quella incallita coppia di collezionisti di 45 giri da mercato delle pulci che erano Lux & Poison non è, nelle loro mani, nostalgico strumento citazionista ma materia viva (o rediviva, nel senso di George Romero), pulsante, primigenia, del tutto decontestualizzata e priva di cliché d’epoca. Gli anni ’50 e gli ’80 sono la stessa cosa, nel continuum temporale dei Cramps. Del resto, basta sentire come suonano le due chitarre, la solista di Poison Ivy e la ritmica di Gregory: un maelstrom di feedback e di riff ultra-minimali, concettualmente non dissimile da quello che facevano i Ramones ma nei fatti ispirato – oltre che al solito Link Wray – ai New York Dolls, per ammissione della stessa Poison Ivy. “Adoravo il suono di chitarra delle Dolls: ognuno entra e esce come vuole, ognuno può fare tutto”.

Garbageman e I Was a Teenage Werewolf sono invece il manifesto del Lux Interior-pensiero, la sua carta di identità e il suo codice fiscale. Nella prima, che cita direttamente Louie Louie e Surfin Bird (quest’ultima rispunta anche in The Mad Daddy, tributo a un dj pazzo di Cleveland amatissimo dal giovane Interior) mette subito in riga i ragazzetti con la cresta che allora pullulavano, e lo fa con tutta l’auctoritas dei suoi 34 anni suonati: “you ain’t no punk, you punk/you wanna talk about the real junk?”. Se è di trash che parliamo, fidiamoci dell’”uomo della spazzatura” originale: Erick Lee Purchiser, in arte Lux Interior, da Akron, Ohio, discarica urbana per eccellenza. Lo stesso “midwest monster of the highest grade”, mezzo punk mezzo hillibilly, che si definisce “lupo mannaro adolescente” su un ritmo da giungla blues che incattivisce e primitivizza quanto più possibile Willie Dixon e Howlin’ Wolf (a proposito di lupi mannari). Quanto è geniale, a proposito, una strofa come “I have puberty rights/and puberty wrongs”? Ripetiamolo: tutto questo da uno che ha già abbondantemente superato la trentina e che canterà questo genere di cose, ingoiando il microfono, per i successivi venticinque anni.

Se i pezzi originali ricordano, anche se maciullati, decine di riferimenti del pantheon privato dei Cramps (dal Dale Hawkins di Whats’ Behind the Mask al surf di Mistery Plane) e anche qualcuno che non immagineresti mai farne parte (l’attacco di I’m Cramped ricorda abbastanza incredibilmente quello di Astronomy Domine dei Pink Floyd), le cover sembrano a loro volta tutti pezzi dei Cramps. Si prenda Strychnine, per esempio. Chiunque l’avrebbe fatta negli anni successivi (e sarebbero stati in tanti, trattandosi di uno degli inni del garage punk) avrebbe ricalcato quella dei Sonics, organo compreso. Qui l’organo non c’è, in compenso c’è una tale cappa di psicosi e paranoia da farti pensare che Lux se la prenda davvero a colazione, la stricnina.

E poi ci sono, a chiudere, una Tear it Up a rotta di collo che infila il Johnny Burnette Trio in una capsula spaziale e lo spara direttamente al Napa State Hospital, il manicomio in cui i Cramps suonarono un celeberrimo concerto, e subito dopo una Fever (Little Willie John) dal passo felpato e minaccioso come quello di un killer tra i vicoli della Bowery, con le chitarre che punteggiano l’andamento da walkin blues (favolosamente metronomico Nick Knox, qui) con inserti che sono vere e proprie rasoiate sul volto della tradizione.

Ite, missa est. The carnival is over. Il sabba è finito. Ma questa dozzina di canzoni sbrindellate e registrate con il culo, messe assieme cumulando detrito su detrito di cultura pop sotterranea dei precedenti quarant’anni, suonate come se fosse la prima prova in garage e allo stesso tempo l’ultimo concerto prima di essere fucilati, restano ancora oggi un esempio di musica libera, selvaggia, carnale, costantemente sul bordo del precipizio. In due parole: musica sacra.

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