Recensioni

6

Nemmeno quei boccaloni di Pitchfork sono riusciti a farsi piacere questo debutto solista di Craig Finn. Loro che non più tardi del 2006 osannavano Boys and Girls of America, album iconico della band d'appartenenza: The Hold Steady, per la cronaca, un pugno di trentenni di stanza a Brooklyn, ma che si portano dietro tutto il rock sanguigno dell'America rurale, dalla quel proviene lo stesso Finn.

Per questo disco, dice di aver trovato un vena meno rock e più riflessiva. A noi sembra il tentativo di un quarantenne di svoltare verso un pubblico più adulto (e danaroso) con una formula di cantautorato rock, figlio tanto di Steve Wynn, quanto dei Counting Crows e dei Wilco. Peccato che tra le svisate rumorose di Apollo Bay e un omaggio al punk inglese (No Future) che non ha nemmeno un'anima. Il mood generale è un tentare-la-via-di-Springsteen senza essere Bruce (ma nemmeno Win Butler), dando l'impressione di una generale indecisione sul proprio avvenire: crisi di mezza età?

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