Recensioni

Gli indizi erano già disseminati negli Ep autoprodotti e, su tutti, in quel Though Baby (2022) che ha aperto le porte ad un pubblico meno di nicchia e stuzzicato la curiosità della critica internazionale, eppure non era scontato scommettere su di un progetto – questo dei Crack Cloud – nato come “exit-strategy” per sfuggire ad una spirale di dipendenze sempre più avvolgente e poi trasformatosi in furia art-punk, new-wave, post-punk e altre micro-etichette che non si fa fatica ad appiccicargli.
A piazzare la scommessa, per il nuovo album Red Mile in uscita il 26 luglio, ci ha pensato la Jagjaguwar, segno di un percorso giunto a giusta maturazione e pronto per lo step successivo. Per la nuova prova – che rappresenta una parentesi di riflessione sugli ultimi dieci anni trascorsi dai membri della band sempre in bilico tra possibili cadute e continue ripartenze – i Crack Cloud hanno voluto dividere le registrazioni tra la città natale e la gloriosa Joshua Tree in California, fondendo le radici cinesi del cantante Zach Choy e i racconti di vita dei nonni sotto il regime di Mao alla grandiosa maestosità del deserto del Mojave.
Il risultato è un disco ispirato, che continua a fare dell’eterogeneità di stili e linguaggi il proprio punto di forza pur puntando su un approccio meno free-form che concede maggiore compattezza all’intero lavoro. E se l’indole rimane ‘punk’ – con lo spettro Sandinista! sempre in agguato (The Medium, Ballad of Billy) – la band si concede puntate anche più –alt tra fiammate weirdy e slackerismo anni ‘10 come in una danza tra De Marco e Arcade Fire (Crack of Life), innesti art-dance-punk (Blue Kite), bassline cupe e abrasive proveniente dai più lontani eitghties (Lack of Lack) ma anche ballad più morbide e riuscite (Epitaph) che si diluiscono nella lunga coda di Lost on the Red Mile dove le voci di Choy ed Emma Acs dialogano su timbriche che ricordano il più recente Bill Ryder-Jones, lasciando che archi e fiati trovino il loro giusto spazio proprio mentre tutto deflagra in polvere desert-psych.
Difficile ingabbiarli in un genere preciso e le (appena) otto tracce di Red Mile ne sono una fulgida conferma. I Crack Cloud però alzano ancora un po’ l’asticella confezionando un disco in cui lasciano filtrare maggiore luce – smussando spigoli – senza però mai correre il rischio di snaturarsi.
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