Recensioni

Polistrumentista (anzi, ancor prima collezionista di strumenti fin dalla tenera età), compositore di colonne sonore a vario titolo, appassionato della sua natia Inghilterra per la storia del Paese (periodo Barocco e Vittoriano in particolare) nonché per la letteratura, meglio se fantastica e nonsense (cita Lewis Carroll e Edward Lear), Cosmo Sheldrake ama farsi fotografare con un contorno Sixties che sembra richiamare i primi scatti dei Pink Floyd. Nick Mason, del resto, è cresciuto nelle stesse strade dove papà Rupert (biologo) e mamma Jill (vocal coach oltre che terapista all’interno delle costellazioni familiari) hanno cresciuto il Nostro, ad Hampstead, area londinese parte del benestante borgo di Camden, quello di artisti, scrittori e musicisti e non ultimo il quartiere che Liam Gallagher ha scelto, a colpo sicuro, come residenza, quando ha deciso di trasferirsi in città.
Questo il tratteggio minimo attorno a un massimalista/illusionista per naturale vocazione come l’autore di The Much Much How How And I, un eccentrico ragazzo che si è fatto notare tre/quattro anni fa con un paio di inafferrabili EP (uno omonimo e l’altro intitolato Pelicans We) dagli esotici quanto giullareschi toni e che in questo debut esplode in tutta la sua irrefrenabile grandeur. Che fa? In breve pop bandistico, orchestrale, cucito attorno alla sagoma di certo folk e pop sofisticato e terrigno. Più che agli Alt-J e ai Glass Animals ai quali si poteva associarne la proposta in passato, pensatelo in viaggio nel tempo con la cabina telefonica di Dr Who, immaginate qualcosa che stia tra il primo folktronico ed elettroacustico Sufjan Stevens (mischiato con le sue ultime cose anche in combutta con Dessner, Muhly e McAlister) e aggiungete a prezzemolo la disciplina dei Field Music, i modi rétro bohémien di Divine Comedy e la prosopopea di Patrick Wolf. Parliamo, in soldoni, di una proposta larger than life che risponde a un formato canzone neppure troppo eccentrico. Cosmo lo preferisce al bozzettismo, al virtuosismo e all’entropia psichedelica, e questo perché il suo vero amore sono valzer, fanfare e marcette (Solar Waltz, Spring Bottom in odor di Hawk And A Hacksaw), un’antica tradizione popular che gli piace abbinare a bizzarri viaggi in barca nei canali più sperduti d’Inghilterra, giusto per non farsi mancare il gusto per il contrasto. Rispetto al passato, dove trafficava maggiormente con beatbox e loopstation (vedi una Mind Of Rocks con Bunty al canto che fa da ponte), oggi questo che sembra l’ultimo degli eccentrici inglesi utilizza il campionatore come se accendesse un fiammifero, come scintilla di arrangiamenti che danno completa stura a qualcosa tra la marching band, il chamber pop e le colonne sonore, piazzando il tutto su un piano inclinato che dalla bulimia pende verso una dolcezza fatta di buone trovate melodiche, in un’idea di crooning fraterno, punte anthemiche (la bucolica Wriggle) e un afflato melodico debitore verso la più tradizionale vena folk britannica (Axolotl).
Ascoltando le luccicanti monetine che roteano sul tavolo prima di toccarlo, i singhiozzanti orologi a cucù, i treni che fischiano tra le note e le miriadi di effetti che spuntano qui e lì tra girotondi d’archi e grancasse, a balzare alla mente è anche il periodo psichedelico più osannato di tutti visto da dentro gli Abbey Road Studios (Beatles e Pink Floyd), eppure la metafora prediletta per osservare The Much Much How How And I è forse quella di Hugo Cabret / Georges Méliès (ascoltate Linger a While), un gioco di illusioni e allusioni tra Londra e Parigi, immaginando il mondo come macchina gigante («nelle macchine non c’è mai un pezzo di troppo») in cui il reel si scioglie nel real. Quando questa magia s’innesca, l’esordio di Sheldrake è davvero qualcosa di speciale. Quando non succede, il qui presente rimane un disco sopra la media per generosità, misura e qualità della produzione, che riesce nel difficile compito di dosare (e bilanciare) l’apporto di ogni strumento e campionamento utilizzato.
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