Recensioni

Che oramai il marchio Sub Pop non sia più sinonimo di sonorità aspre e, in particolare di quelle, è un fatto. Siamo distanti anni luce dal grunge, ed il recente restyling ha fatto della label una prolifica fucina di talenti (Wolf Parade e Rogue Wave tra gli ultimi in ordine di tempo) spesso agli antipodi musicali con quelli dei tempi d’oro di Seattle.
Una volta metabolizzato cotanto cambiamento diventa facile accettare – avendo anche a che fare con un generale esubero di offerta – sporadici passi falsi e qualche mela senza bollino. Sembra il caso di questa band canadese alla terza fatica, che non riporterà certamente indietro le lancette di quindici anni per l’etichetta di Seattle. Il quintetto – dopo il discreto successo del precedente Shine A Light (Sub Pop/Audioglobe, 2003) – si ripresenta con un disco che non brilla per originalità ma che si distingue per asciuttezza.
Ora, aldilà delle considerazioni soggettive di ognuno e dei gusti personali, non si può negare che certi territori, musicalmente parlando, risultino sdrucciolevoli sia per pubblico che per critica, e parlando di soluzioni musicali come l’Asciuttezza si può far notte.
Per farla breve, da queste parti gli arrangiamenti scheletrici non hanno convinto. Per snellire la struttura delle canzoni ne vengono tarpate le ali, come una sorta di freno a mano. Tutto sommato il disco parte bene, con la batteria secca e corrosa dai riverberi di Draw Us Lines, e continua meglio, con l’incalzante Hotline Operators (!) che, divisa tra gentilezze à la Dulli e sferzate hardcore, ben dispone. Se non ché la doppietta si rivela quantomai ingannevole, poiché il fuoco appiccato non viene ravvivato, e l’ambiente col passare dei minuti si raffredda sempre più.
Il risultato è un disco spezzato in due parti, con un lato b inequivocabilmente non all’altezza. Mentre nella prima parte infatti trovano spazio anche la piacevolmente melodica Lizaveta – l’unica traccia ad essere risparmiata dalla moria degli arrangiamenti, potendone vantare di orchestrali perfino – e per l’alt-country della ballata Soon Enough, il resto della passeggiata non è certo accompagnato da rose e fiori.
C’è davvero poca fantasia in questi 37 minuti e, tra un colpo al cerchio e uno alla botte, si giunge a una sufficienza senza infamia né lode. In questi casi si usa dire che di un disco del genere nell’ anno 2005 non se ne sentiva propriamente il bisogno. Sposiamo la formula.
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