Recensioni

Al consueto piacere che mi dona un disco Red Records, si aggiunge la sorpresa di accorgersi che si tratta del nuovo lavoro di Peppe Consolmagno, percussionista che incontrammo un bel po’ di anni fa apprezzandone l’intensità, il talento e l’ampiezza del raggio d’azione. Se allora lo cogliemmo in flagrante per la collaborazione con una Cibelle ad inizio carriera, stavolta siamo nell’ambito che più gli compete, ovvero il jazz, tuttavia aperto a fragranti contagi etnici e discrete trasfigurazioni sintetiche. In trio col sassofonista Nicola Salvatori (timbrica calda da Coltrane quieto) e col chitarrista Simone Spinaci (flemmatico e resinoso), mette a punto un linguaggio fuori dal tempo e geograficamente imprendibile, un post-bop tropicalista votato ad allucinazioni ieratiche ed arguzie meditabonde.
La difficoltà di mettere a punto l’interplay tra linguaggi così lontani così vicini traspare solo nella opening track, rilettura della coltraniana Spiritual dove i tramestii delle percussioni sembrano un po’ degli applique, non troppo integrati e a tratti intrusi. Nel resto della scaletta invece il punto di fusione viene raggiunto con splendida naturalezza, vedi come oriente e tropici si fondano in un miraggio solo nella bella Lion Heart, o come si dipani una densa ossessione cinematica in Temi dei Sireni n. 1 (loop di chitarra, cupezze percussive e sax carnoso). Molto belli anche il peregrinare acido di Lonely Woman (classico targato Ornette Coleman) e le vibrazioni misteriche di Baurimbé, mentre Brother Wind (di Jan Garbarek) sciorina eleganza elusiva e febbrile come una nostalgia panteista tra tesi scenari metropolitani.
Per ultimo ma non meno importante, va rimarcata la qualità delle esecuzioni e dell’incisione: sembra quasi un live in studio e non la testimonianza di una serata al Festival del Jazz Village di Pesaro.
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