Recensioni

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Conor Oberst, prolifico ex-enfant prodige ormai trentaquattrenne, ritorna con un album a suo nome, dopo essere di recente riapparso anche con il vecchio moniker Bright Eyes (The People’s Key, 2011). Upside Down Mountain rappresenta in qualche modo un ritorno al passato, anche se il Nostro sembra non essersene mai particolarmente allontanato; registrato a Nashville e coprodotto con Jonathan Wilson, l’album vede l’artista americano alle prese con materiale sostanzialmente più spoglio e intimo, indie folk rock. “E’ un ritorno agli inizi, è più personale” afferma infatti Oberst.

Album abbastanza disadorno, di un songwriting accorato e lirico, con un gran senso della melodia, Upside Down Mountain vede il musicista alle prese con alcune delle sue ossessioni (morte, fuga, disillusione, il tempo che passa…), qui un po’ più pacificate, anche se un senso di malinconia resta sempre. Il tempo che scorre, per uno che ha ormai anni di carriera alle spalle, sembra dilatarsi e Conor appare più vecchio di quel che in realtà è.

Il disco è ricco di melodie e di qualche canzone che resta in testa (i soliti ispiratori, Neil Young, Zizzagging Toward The Line, Bob Dylan, soprattutto nelle intense Governor’s Ball e Time Forgot, Hundreds Of Ways). Brani onesti quanto basta per farcelo apprezzare ancora.

 

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