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Al termine dell’esecuzione di un brano, a concerto ormai ben avviato e pubblico già caldo, Colombre – al secolo Giovanni Imparato – si stupisce dell’affetto che la folla gli sta dimostrando pezzo dopo pezzo, con il passare frenetico dei minuti. «Non è scontato», continua a ripetere. D’un tratto chiede pure – con quel pizzico di ironia che fa di tutto per nascondere un atteggiamento umile e spaesato – cosa ci faccia quel pubblico lì all’Alcazar di Roma, nel cuore di Trastevere, quando ad esempio in un’altra parte del mondo un vero big della musica si sta esibendo nello stesso momento. Eppure, quel pubblico è lì proprio per lui, per quell’atmosfera intima e scatenata insieme che solo le sue melodie sunshine pop sanno evocare per emozionarlo, e anche, perché no, un po’ divertirlo.
Giunto al suo terzo album, l’artista marchigiano porta un pizzico di quel suo Realismo Magico a Roma, che per l’occasione si trasforma quasi in una località balneare, come in una fantasia collettiva in cui è improvvisamente estate (e i 20° gradi sfiorati nella mattinata non rendono difficile questo slancio della mente), in cui poter finalmente lasciare andare ogni tipo di preoccupazione, anche solo per il tempo di un concerto, in una città per nulla “semplice” come lo è la capitale. Tra esecuzioni in puro stile rock, altre decisamente più dreamy che ricordano uno di quei live psichedelici di Mac DeMarco, unite a momenti assolutamente dissacranti che un po’ rievocano le strimpellate di Ivan Graziani e commoventi omaggi come quello a Mirko Bertuccioli dei Camillas nell’esecuzione di Allucinazioni, dove a emergere è il cantante e autore con il suo bagaglio di vulnerabilità offerto a chi gli sta davanti.
Nella seconda parte c’è anche tempo per un’ospite atteso, soprattutto da queste parti: Franco126, che sale sul palco per cantare le sue strofe di Più di prima. Tanto basta per infuocare un pubblico già rovente e ormai del tutto catturato dalla spontaneità di Colombre, il quale, aiutato da una formazione in stato di grazia, consegna uno dei live più emozionanti degli ultimi tempi, con buona pace per tutti coloro che sono ancora assopiti dall’abbuffata (di nulla cosmico) sanremese. Io, invece, come il pubblico presente all’Alcazar, «adesso sto meglio ed è la fine del mondo, ho perso la voce».
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