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C’era una certa attesa per l’album congiunto tra i Coldcut e Adrian Sherwood e la sua On-U Sound pubblicato su Ahead Of Our Time, l’etichetta fondata dal duo produttivo trent’anni fa (e rilanciata in tempi recenti) prima di imbarcarsi nell’avventura con la più duratura e tuttora prolifica e blasonata Ninja Tune. L’unione tra questi fondamentali protagonisti del suono elettronico britannico nasce di fatto ancora prima, quando i due futuri label manager frequentavano la scuola ed erano ossessionati dai primissimi white label dell’etichetta di Sherwood (che apre ufficialmente i battenti nel ’79). A dirla precisa, Jon More dei Coldcut e Sherwood frequentavano gli stessi banchi di un istituto tecnico. Va da sé che il futuro Coldcut, Matt Black, apprende il verbo dall’amico e, unite le forze, sotto l’influenza di quei dischi, i due fondano un loro metodo e sound introducendo nel contempo nel pop e nella dance music del periodo (e siamo nel 1987) il concetto di sampling massivo, che diventerà poi sampledelic (trip hop e derivati dai 90s in poi).

La On-U, d’altro canto, era stata fondamentale qualche anno prima nel diffondere il verbo dub oltre i confini giamaicani, ma anche nel lanciare e rilanciare le carriere dei suoi protagonisti, e presiedere e patrocinare la sua mutazione in una serie di ibridazioni con le allora nascenti scene post-punk prima e Hip Hop poi (un ascolto necessario: Sherwood at the Controls, Vol. I: 1979-1984). Slits, Fall e Mark Stewart + Maffia / Pop Group sono quattro delle formazioni che senza il tocco di Sherwood non sarebbero state le stesse, ma ciò che ascoltiamo in Outside The Echo Chamber non risponde ad un discorso di riprese ed evoluzioni in questo senso ma, con buona pace degli sperimentatori più scuri del Bristol sound come Mark Stewart o del più giovane mastermind della dubstep dei 00s Pinch (con il quale Sherwood sta assiduamente collaborando sia dal vivo che su disco), parliamo di qualcosa di decisamente celebrativo. Per capirci, parliamo di un album che, seppur in scala ridotta a livello di cachet e multimedialità, è paragonabile all’ultimo lavoro dei Gorillaz, ovvero una grande festa con ospiti internazionali (le leggende Lee “Scratch” Perry e Junior Reid, ma anche Ce’Cile, Roots Manuva, Toddla T e altri) ad indossare una generosa manciata di missati meticciati sull’asse Londra-Giamaica (via India e Medio Oriente e non solo) tra reggae, dancehall, Hip Hop (con il rapper giamaicano Rholin X e il britannico Roots Manuva), tocchi pubjab (con la cantante indiana Hamsika Iye) e un’incursione – una sola – negli anni del wobble sound associato alla fucina creativa che ha dato i natali al dubstep (la versione Dub di Vitals).

Ovviamente è il dub, con tutti i suoi effetti (echi, riverberi, bassi bulbosi ecc.), il grande protagonista della scaletta, mentre la struttura ritmica di base è stata affidata, come praticamente sempre nei lavori lato Sherwood, a Doug Wimbish (basso) e Skip McDonald (chitarra), due che, ricordiamolo, hanno dato più di una spinta alla nascita dell’Hip Hop. Venendo alla scaletta: il grosso è affidato al sorriso e alla consapevolezza roots, con Chezidek protagonista del rocksteady di Everyday Another Sanction, le leggende Perry e Reid in quella sorta di reggaeton chiamato Davide and Rule, e Ce’Cile e Elan ad affondare l’anthem del caso – presente in due versioni differenti affidate a ciascuna delle citate protagoniste – con la malinconica dancehall ballad Make Up Your Mind. La parte più future del sound è invece occupata dagli strumentali con Sherwood a calare i bpm di una speziata UK house con passo cavernoso e tocchi floreali in Livid Hip Hop, o masticando qualcosa che potrebbe ricordare certi panafricanismi – vedi Populous – nostrani (Metro), fino alla cassa UK funky nell’altrettanto valida Aztec Riddim. Solidità, invece, è la parola che appiccichiamo ai tagli più hip hop della produzione presente in tracklist, con il buon Roots Manuva da una parte (Vitals) e il rapper giamaicano Rholin X dall’altra (Robbery).

Un disco da godere senza speculazioni su ciò che avrebbero potuto o non potuto fare le parti in gioco. A orecchio sembra molta più farina del sacco di Sherwood che degli altri due (visto il non eclatante ritorno discografico dei Coldcut con lo stanco trip hop di Only Heaven), ma nulla va dato per scontato. Outside The Echo Chamber è generoso e beat driven e, oltre alle 10 tracce originali, ne presenta altre 5 con versioni dub di alcuni dei sopracitati brani. Ben fatto e necessario in vista dell’estate (non indimenticabile, quello sì, va detto).

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