Recensioni

6.5

Ammetto di non aver mai amato particolarmente Coez. A parte aver riprodotto a morte la killerissima e perfetta La musica non c’è, il resto della sua produzione mi è sempre apparso lacunoso e poco centrato: un ibrido indefinito sempre a metà tra due mondi, il rap e il pop. Il raw e il pargolo. Il visionario e il nostalgico. Squarciare una delle due barriere per collocarsi in un proprio spazio identitario o addirittura creare una via terza è, da qualche anno, la mission dell’artista campano. Dopo vari tentativi (successi commerciali invero) che negli ultimi 4/5 anni gli sono valsi l’ingresso nell’Olimpo mangiatutto dell’indie-it pop (otto dischi di platino per Faccio un casino del 2017), Coez sceglie di tracciare un cerchio intorno a sé, proprio come faceva in una pubblicità quel famoso banchiere recentemente scomparso.

Al centro c’è un artista in evoluzione in uno spazio da allargare, mentre fuori c’è tutto quello che è accaduto in oltre 10 anni di carriera. Volare, questo il nome della sua fatica in studio numero sette, torna a bomba sul discorso hip-hop, quello sempre discusso e tacciato di eccessiva contaminazione con l’indie pop. A dire la verità, se si presta attenzione all’opener Wu-tang e a quel «ra-ta-ta-ta» che anticipa l’arrivo di Salmo, si capisce subito che l’ossatura dell’album sarà fatta di flashback, omaggi e feat. celebri con nomi altisonanti del passato e del presente dell’hip-hop italiano. Oltre al già citato rapper sardo sono presenti un ottimo Neffa (Cerchi con il fumo), Guè e Gemitaiz (Sesso e droga), Noyz Narcos (Ol’ dirty), Massimo Pericolo (Crack) e la sua storica band Brokenspeakers (Casse rotte). Ma la carrellata di ospitate non deve far pensare a Volare come un disco hip-hop (scelta che, considerando i pezzi e i feat, sarebbe stata super) poiché pescando qua e là, tra interessanti arrangiamenti r’n’b, bassi ruvidi e barre convincenti, ci si imbatte in qualche incidente. Occhi Rossi ricorda uno scialbo Gazzelle solo poco più tridimensionale, Come nelle canzoni sembra roba degli Articolo 31 dopo la toeletta, Margherita è una noia mortale (…non ne avevi i «coglioni pieni di tutto questo cuore»?).

Ho già detto del mio scarso attaccamento alla musica di Coez, ma ciò che non ho detto è che di lui ho sempre ammirato la tenacia e la voglia di riuscire. Se dopo una carriera già piuttosto importante può permettersi un album libero, riflessivo e forse meno ammiccante al mercato, il merito va cercato soprattutto nell’inclinazione personale. Alla fine era lui stesso ad averlo previsto dodici anni fa nel suo album d’esordio Figlio di nessuno: «Chi può dirlo qual è il posto in cui starò tra qualche anno, magari insisto e sfondo con un disco commerciale, e un branco di bambini mi daranno da mangiare». Bravo.

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