Recensioni

Giungeva in coda alla crisalide Kluster, la prima maturità di “Herr” Roedelius: dagli ultimi giorni di un ensemble prodotto dal ’68 berlinese, palestra che tra Karlheinz Stockhausen e Azionsmo inscenava musica incompromissoria con il sodale Dieter Moebius e un Konrad Schnitzler in fuga dai Tangerine Dream. Avanguardia che più di tanto non poteva durare senza scivolare nell’autoparodia, così che nel ’71 prendevano forma col primo dei due i Cluster: cambiata una consonante, gradualmente come l’epoca consentiva e con l’aiuto di Conny Plank si cercava di focalizzare un poco di cuore umano sotto vapori e ruggini. Umanesimo che non tarderà a emergere, ma che occorre più impegno dell’usuale per avvertirlo nell’esordio oggi ristampato – è la prima volta – con la scaletta originale, in teoria omonimo e poi distinto con l’anno d’uscita da un successore anch’esso sena titolo.
Rispetto al quale è meno riuscito però al pari intrigante, anticipo di new-wave e industrial, drones e isolazionismi in tre tracce (di nuovo prive di nome: inutile e fuorviante) che impastano malate gassosità, scorze fantasmatiche e nervosi levitanti. Libere di sollevarsi dai capannoni della Ruhr e puntare lo spazio profondo, interiore ed esteriore, difficili da amare e nondimeno se ne notano subito coraggio e lungimiranza. Possedevano radici protese in futuro lontano dal rock, prefissato post nella dissoluzione della forma canzone in un tessuto che bada al sodo di cavi elettrici e neuroni, intrecciati con un’astrazione rigorosa ed efficace. Approccio alla materia sonora che, oltre a fare scuola, tratteggiava con amarognola oggettività quel buco nero che è l’odierno occidente.
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