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7.4

Sono passati ormai dieci da quando Dylan Baldi ha esordito con il progetto Cloud Nothings dando alle stampe quel gioiellino di bedroom pop’n’roll lo-fi con i Replacements nel cuore di Turning On (ristampato prontamente per l’occasione). Un lasso di tempo che ha messo in luce il talento del frontman, capace di piazzare diversi dischi degni di nota, al netto tuttavia di alcuni passaggi un po’ sottotono. Dopo l’energico e rabbioso Last Building Burning del 2018, che in parte viveva di un’interessante carica hardcore (il gran trittico On An Edge, Leave Him Now e In Shame), perdendo però coesione in qualche lungaggine telefonata di troppo; e a poco meno di un anno da The Black Hole Understands che aggiustava il tiro in chiave indie, la band torna con The Shadow I Remeber, facendo respirare tutta un’altra epica, più centrata ed essenziale, e in definitiva maggiormente efficace.

La rabbia stavolta è intelligentemente metabolizzata in una seducente furia emozionale e la calibratura degli argomenti ben articolata per dare il giusto respiro a una personale visione indie punk, che fa leva sia su un certo gusto per il dettaglio à la Zen Arcade, come anche sulle azzeccate melodie dal sapore vissuto che rimandano ad album come Tim e Let It Be; e non meno su quel sano fervore indipendente che ci ha fatto amare i Superchunk. Il tutto impreziosito ulteriormente dal lavoro dietro al mixer di Steve Albiniche già aveva collaborato con Baldi e soci in Attack on Memory, album di cui la band riattualizza lo spirito in modo molto convincente. Anche in questa occasione l’ex Big Black riesce a cacciare dai brani una timbrica distintiva, esaltando l’equilibrio perfetto tra il drumming irruente di Jayson Gerycz, le prorompenti melodie chitarristiche e l’ottima prova vocale di Baldi, mai come stavolta tanto eloquente nel trasmettere la propria passionalità.

I dettagli, dicevamo, come le delicate note di piano che valorizzano la sospesa e graffiante Oslo, o i suggestivi cori di Macie Stewart degli Ohmme in Nothing Without You, danno un sapore particolarmente riuscito al disco. Un gusto che si percepisce in tutta la sua grana negli incroci delle sei corde che fanno andare a segno ogni singola armonia, come nell’impeto di A Longer Moon, nell’indie trattenuto di Nara, e ancora di più nel travolgente spasmo post-core di Only Light; ma anche nel giusto bilanciamento tra alternanze di nevrosi e impeto in It’s Love. Un tiro ben sostenuto da un songwriting ispirato che tracima di sentito esistenzialismo: diretto ed essenziale nella splendida “finta leggerezza” di Spirit Of, esplosivo e a cuore aperto nell’irruenza controllata a malapena di Am I Something, un urlo contro le soverchianti pressioni contemporanee che vorrebbero la vita ridotta a consumo insensibile.

E invece i Cloud Nothings di cuore ce ne mettono in questo campionario emo-zionante che snocciola anthem uno dietro l’altro all’interno di una scaletta ben strutturata; e non è affatto semplice nel 2021 ascoltare uno spirito punk rock tanto cristallino e convincente. Insomma, se siete appassionati del genere e trascurate un disco così, beh non sapete ciò che vi state perdendo.

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