Recensioni

L’Inghilterra sdogana il jazz giovane e contemporaneo con artisti come Binker & Moses, e noi rispondiamo a tono con dischi intriganti come l’omonimo dei Clock’s Pointer Dance. Questo album è una delle cose migliori che ci sia capitato di ascoltare quest’anno, e non solo in ambito jazz: filicorno, tromba, sax, trombone, chitarra elettrica, batteria, microkorg, per un quintetto che modella un morphing musicale meravigliosamente corale e talmente perfezionato in ogni dettaglio che a tratti non ci si crede, considerata anche la giovane età dei musicisti.
Non è solo questione di doti tecniche (evidenti), gusto (trasversale e ricercato) o interplay (mnemonico), ma di IDEE che si rincorrono per quasi un’ora di programma. Un suono avvincente e poco legato alla tradizione che lavora moltissimo sulla dinamica ma anche su un ipertesto narrativo intento, tra contrappunti e riff, a raccontare storie attraverso le note. Nel farlo, nessuna paura di colorare fuori dai bordi, come dimostra una iniziale Like a Lonely Stone gorgogliante ambient-noise da cui spunta un intreccio di ottoni che più funk non si potrebbe (un po’ come se Charles Mingus avesse orchestrato un brano degli Animation su una base ritmica dei Queens Of The Stone Age), o magari una Ti voglio bene pupazzo di neve che illude con un sound bucolico e angelico, per poi sciogliersi in una fluidità fluttuante, a suo modo psichedelica e spacey, governata in seconda battuta da rullate free di batteria e da un retrogusto quasi noise. C’è poi spazio per certe vaghezze ambient riprogrammate da una tromba à la Miles Davis periodo cool che giochicchia con certi tempi irregolari (Play), ma anche per sbandate controllate – ma non stereotipate – verso un’America Latina in sincopato (Calle 158y51) o magari leggerezze sospese tra un oriente solo annusato e incastonato tra fraseggi incrociati di ottoni (Da consumarsi).
Non ci sono banalità in questo disco, a partire dagli abbinamenti strumentali scelti per veicolare la musica. In più, anche quando i Clock’s Pointer Dance sembrano tirare il freno puntando verso qualche punto cardinale stilistico noto, non offrono mai il fianco a facili assonanze. In questo ricopre una funzione fondamentale una parte ritmica talvolta lontana dal jazz ma ben consapevole del ruolo che ricopre, oltre alla tendenza a creare all’interno di uno stesso brano sottosistemi da sviluppare, quasi fossero capitoli di un racconto in bilico tra modernità e classicismo. Davvero una inaspettata e gradita sorpresa.
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