Recensioni

Un audio che accarezza il viso; una voce che proviene da un aldilà che sa di presenza in una stanza assoggettata all’assenza. È la voce di Fausto (Eduardo Scarpetta), che in Storia della mia famiglia (ora disponibile su Netflix) sostiene, incoraggia, gratifica famigliari e amici quando il suo corpo si è dissolto, e di lui è rimasto solo un ricordo a cui affidarsi.
E la serie in sei puntate diretta da Claudio Cupellini è affettivamente una scia mnemonica di attimi recuperati dal grande archivio della memoria. Un salto costante tra passato e presente, per entrare nel cuore di una famiglia che trova nella morte una spinta anarcoide per rinascere, trovare il coraggio per gettarsi in avventure nuove, o per ribellarsi a decisioni da altri prese.
Dal punto di vista narrativo e visivo, Storia della mia famiglia vuole essere originale, riprendendo e rimaneggiando, però, scelte già compiute in opere a lui precedenti: si pensi al montaggio dissezionato e rimodellato, sacrificando la linearità cronologica sull’altare del dolce ritorno al passato, di Alabama Monroe, o agli audio di un telefono che si sostituiscono alle lettere di P.S I love you. Ciononostante, in questo affondare a piene mani all’interno di un così ampio bacino cinematografico, Storia della mia famiglia si sveste di retorica e della minacciosamente papabile pornografia del dolore, per abbigliarsi di commozione mai forzata e una joie de vivre che coinvolge e immerge.

Un abbraccio collettivo reso possibile non solo da un montaggio alternato tra un presente che concede il passaggio al passato e viceversa, e da uno sguardo citazionistico sfruttato come punto di forza, ma soprattutto dalla componente attoriale posta al centro di ogni episodio.
E non poteva che essere così per una produzione seriale così focalizzata sulla forza umana e sulle idiosincrasie che rendono unici, e allo stesso tempo riconoscibili, i propri personaggi.
Nessun protagonista assoluto in Storia della mia famiglia, ma tante tessere di un puzzle poste a turno al centro dello schermo, seguendo i dettami di un romanzo a capitoli dove ogni episodio è dedicato (come suggeriscono i titoli) a un determinato personaggio-chiave nella storia di Fausto e della sua famiglia.
E che Storia della mia famiglia punti sulla componente umana e affettiva lo dimostrano quelle riprese sempre così ristrette, atte a porre sotto una lente indagatrice i volti di chi combatte con la malattia, e chi deve coabitare con la morte. Primi piani di uomini, donne, e bambini a tratti incapaci di condividere il proprio spazio vitale con altri, e altri aperti a un resettagio emotivo che li spinge a muoversi liberi in totali e campi lunghi entro i quali ricercano sprazzi di rapporti interrotti e/o di non detti trattenuti in gola.

Un gioco di dare e avere, amore da offrire e sofferenze da elaborare, la serie ideata da Filippo Gravino. Un’altalena di emozioni che Eduardo Scarpetta, Vanessa Scalera (ottima nel restituire la fragilità nascosta in una corazza di ferro malleabile della sua Lucia), Cristiana Dell’Anna e Massimiliano Caiazzo (sebbene il giovane interprete cada a volte in un leggero overacting) restituiscono con fare onesto, sincero e – quando richiesto – urlato. Perché il cancro non ha bisogno di sussurri; il suo è un pianto che ha bisogno di una mano per essere asciugato, di braccia che sostengano, e di labbra che confortano. Ma non vuole essere un personaggio a se stante la malattia; è una comparsa determinante ai fini del racconto mai troppo blasonata, oppure ostentata. Lasciata ai margini, arriva in punta di piedi per ritornare nel fuori campo, evitando l’inevitabile caduta in un sfruttamento retorico del dolore e della sua esibizione macabra.
In questo patchwork umano, collage attanziale di caratteri e psicologie tanto divergenti, quanto fortemente caratterizzati, qualcosa sembra comunque mancare, lasciando il puzzle incompleto. A forza di non detti e sentimenti tenuti celati come introvabili tesori sotto la sabbia, molto dei background personali di Maria, Demetrio, ma soprattutto di Lucia e Valerio, rimane abbozzato, e poco definito. L’eventualità di una seconda stagione presume che molti punti sospesi trovino poi il loro completamento finale, ma per un’opera che gioca sulla forza dell’oggi sulla spinta di ieri, diventa imprescindibile afferrare immediatamente la totalità di una storia umana qui restituita con fare lacunoso. Una maglia bucata da tarme di sceneggiatura che rischia di frenare un processo di affezione e profonda immedesimazione che invece può comunque attuarsi grazie alla semplicità dell’essere dei suoi personaggi e dalla sensibilità dei loro interpreti. Non più semplici presta-corpi di esistenze fittizie, Scarpetta e il resto del cast si fanno portali diretti su interiorità bistrattate, confuse, respinte, negate: sono fazzoletti e risate, canzoni da ballare e storie così vicine, così condivisibili. Sono storie delle famiglie di tante, e non solo di Fausto.
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