Recensioni

Una sola E in più nel cognome distingue il producer, qui al secondo album (il primo per Planet Mu) dopo l’esordio del 2014, dal protagonista di un episodio della celebre saga di videogame Grand Theft Auto: se quest’ultimo si muove in un mondo in cui violenza e inganno sono all’ordine del giorno, tutti i giorni, l’artista inglese s’inserisce senza remore in un ambiente altrettanto ostico, quello di un’elettronica contemporanea spogliata da ogni suo riferimento più fisico e coinvolgente, in favore di un astrattismo sintetico e allucinato, non dissimile dalla trance spogliata di ogni orpello ritmico dell’italiano Lorenzo Senni.
Infinity Ultra conta infatti quindici tracce, dal minutaggio spesso contenuto, che, come anticipato anche nelle dichiarazioni stesse dell’autore, si ispirano in egual misura a vicissitudini personali e relativa autoanalisi, e alle memorie nineties della stagione rave, traslate in un futuro asettico e luccicante: dilemmi privati e incertezze sociali sono quindi resi attraverso un sound glaciale e spigoloso, dove convivono alcune intuizioni del più fumoso, spettrale e contemporaneo cyber-punk britannico (tutta l’epopea Kuedo, dai seminali Vex’d alle opere più recenti, o gli esperimenti tra kosmiche e tradizione bass di The Host, ultimo alias di Barry Lynn, più noto agli appassionati con il nome Boxcutter) e i panorami desolanti e metallizzati del Carpenter più lezioso e barocco.
Disturbante e disorientante come il miglior Blanck Mass, aggressivo e claustrofobico come il Clark più techno-oriented, questo sophomore-album di Claude Speeed conferma il talento e l’affascinante visione del suo autore, ma non riesce comunque a conquistare durante l’ascolto: così privo di groove e di qualsiasi altra piacevolezza, risulta purtroppo sì volutamente, ma anche forzatamente, inospitale.
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