Recensioni

6.8

Con la fissa per la tecnologia povera – 8bit, electro al limite del noise, videogiochi – prima che la scena Wonky la ri-sdoganasse per i 00s, Clark sforna musica elettronica avant come retrò da ben undici anni e sempre animato dalla necessità di non ripetersi. Lo avevamo lasciato tre anni fa dopo un muscolare e funambolico lavoro sui circuiti – Totems Flare – e lo troviamo ora alle prese con un disco folk-psych vignettista che non dimentica certe contaminazioni laptop primi Duemila immergendosi capo e piedi nelle fascinazioni degli hauntologisti della Ghost Box.

La seicorde dell’opener Handerson Wrench, imparata a suonare da poco durante frequenti viaggi tra Inghilterra ed Europa, lo avvicina alle contaminazioni raga folk torrenziali di Six Organs Of Admittance; i synth altezza Kraftwerk pre-Autobahn di Com Touch lo portano su acquerelli 70s, magari incrociati con certe cose di Bibio (amico del Nostro dai tempi di Willenhall/Basterville Grinch EP, e ospite dell’album). Brani, entrambi, che con Tooth Moves e il suo live drumming rappresentano un po’ il riscaldamento dell’album. La tracklist prende poi forma e organicità nei trittici Open, Secret (ospite Martina Topley Bird al canto), Ghosted e The Pining pt .1,2,3: due momenti complementari animati l’uno da una sensibilità à la Investigate Witch Cults Of The Radio Age e l’altro da una colorata e lucente folktronica non lontanta dal Four Tet prima maniera.

Da sempre il filo rosso che accompagna Chris Clark è la vena narrativo/melodica dell’idm (emblematica qui Skyward Bruise/Descent tra overture e slanci space) aver portato quest’ultima su territori “suonati” garantisce alla musica una discreta dose di freschezza e un entusiasmo palpabile, ma non tutto è a fuoco come dovrebbe. Una serie di ep avrebbe sicuramente fatto più gioco.

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