Recensioni

6.8

Sono già uno dei casi discografici dell’anno. Il loro debutto,
pubblicato in proprio all’inizio dell’estate scorsa, non è stato ancora
distribuito a livello internazionale (se ne occuperanno Wichita e V2
nel gennaio 2006), eppure da qualche mese la stampa sotterranea e tutto
l’indie che conta non fanno che parlarne; c’è da immaginare che una
volta sbarcati in U.K. le copertine saranno tutte per questi cinque
ragazzi provenienti da New York e Philadelphia, proprio come è successo
ai loro illustri predecessori Strokes e Interpol.

In questo caso a venire rispolverate non sono né le chitarre di Tom
Verlaine né lo spleen tetro e romantico di Ian Curtis, e a dirla tutta
stavolta il giochino dei rimandi non è così scontato.

Se la discendenza Byrne / Thom Yorke del
canto lagnoso e strascicato di Alec Ounsworth è innegabile, i CYHSY
interpretano l’idioma (new) new wave con un piglio che ha sì la catchyness di Julian Casablancas & co., ma attinge allo stesso modo alla art-wave di Television Personalities e Suicide (quelli di Dream Baby Dream, per intenderci), partendo da un indubbio sostrato folk; insomma, un po’ come se i cinque di Is This It? avessero frequentato la scuola d’arte anziché le passerelle di moda e si fossero fatti le ossa al Greenwich Village.

Si passa così da un uptempo strokes-iano come Heavy Metal a uno strumentale in fingerpicking (Blue Turning Gray), dallo strillo da fiera di Clap Your Hands! (tra il Dylan di Rainy Day Women…e Tom Waits, con tanto di organetto) a una versione colta dei Killers (In This Home On Ice), da un carillon spettrale asportato da Pet Sounds (Sunshine & Clouds) ai Radiohead di Stop Whispering ripassati attraverso i Velvet Underground della “banana” (Let the Cool Goddess Rust Away), attraverso potenziali hit come l’interpolesca The Skin of My Yellow Country Teeth o il singolo sbilenco Is This Love (con un synth che fa tanto Grandaddy).

Aggiungete al programma tre pezzi forti come Over And Over Again (che può vantare un verso come “You look like David Bowie / But you’ve nothing new to show me”), Gimme Some Salt (densa di scazzo Lou Reed / Pavement) e la conclusiva Upon This Tidal Wave Of Young Blood (i Belle And Sebastian quando pasticciano coi sintetizzatori), e il quadro è pressoché completo.

Tutto molto carino, ma alla fine resta un po’ la sensazione di essersi
persi qualcosa, che poi è tipica di certi esordi (anche se, diciamoci
la verità, il vecchio trucco di chiudere un disco col rumore della
puntina che si alza dal piatto funziona sempre)

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