Recensioni

Clairo non è più la ragazzina prodigio capace di bruciare le tipiche tappe da fenomeno social-musicale (palate di visualizzazioni su Youtube e successiva santificazione virale su Tik Tok) grazie a un paio di canzoncine tanto candide quanto argute, messe assieme con disarmante spirito DIY. Archiviate (non del tutto) le insinuazioni riguardo al piccolo aiuto che un padre come Geoff Cottrill (già pezzo grosso in colossi quali Coca-Cola e Starbucks) potrebbe avere rappresentato per la sua irresistibile ascesa, nel 2019 pubblicò Immunity, album d’esordio co-prodotto assieme a Rostam dei Vampire Weekend che la vedeva aggirarsi ibrida tra pop lo-fi, tremori post-grunge e ammiccamenti trap (autotune compreso). Un piccolo bignami sonoro incapace di imboccare una direzione nitida che del resto non sembrava affatto voler intraprendere, quasi a voler simboleggiare – se proprio volessimo vederci un simbolo – il formicolante stallo di tutta la generazione Z.
Rispetto a tutto questo, il nuovo Sling sembra distante molto più dei due anni che sono in effetti trascorsi. Scelto come complice alla produzione un pezzo da novanta come Jack Antonoff (evidentemente a suo agio con le artiste, visto che ha lavorato per Taylor Swift, Lana Del Rey, Sia e FKA Twigs, senza scordare Lorde che è pure qui presente ai cori in due pezzi), Clairo ha scelto di svoltare dalle parti di un cantautorato intriso di folk e impollinato di languori chamber-pop, con il chiaro intento di lasciarsi alle spalle il punto di vista adolescenziale e abbozzare uno sguardo (quasi) adulto su crucci e tormenti del – appunto – diventare adulti in un mondo che offre pochi approdi ma in compenso precari (che poi, mutatis mutandis, sempre temi da generazione post-millennial sono).
Diciamo subito che il principale difetto di Immunity non è stato risolto: sotto il buono e a tratti ottimo lavoro di arrangiamento, architettato con puntiglio e leggerezza (arazzi strutturati eppure lievi di tastiere – organi, Wurlitzer, clavichord, synth, Rhodes… -, pianoforti, legni, ottoni e archi, più un misurato ricorso a chitarre con gli artigli ben limati), constatata la buona vena dei testi (dall’acutezza malmostosa, a partire dai primissimi della opening track: «I’m stepping inside a universe / Designed against my own beliefs») e accettata l’adeguatezza di quella voce immancabilmente setosa e dimessa, a Clairo sembra mancare il dono cruciale, vale a dire una scrittura brillante, intensa, incisiva. Le melodie, come già scriveva Beatrice Pagni in occasione dell’esordio, «sembrano sempre lavorare a metà», ogni volta hanno l’aria di promettere quello che non mantengono fino in fondo. Può darsi che si tratti di una vera e propria scelta estetica e/o poetica, ma ecco, come dire, è abbastanza frustrante. Ogni canzone ti accompagna fino al limite del rapimento ma sul più bello si sottrae, un coitus interruptus via l’altro, un catalogo di arredi affascinanti ma disabitati. Proprio quando ti sembra di intravedere certi fantasmi Elliott Smith (Wade, Management, Bambi), lo spleen cervellotico di una Suzanne Vega (Partridge), l’estro indolenzito dei Belle And Sebastian (Zinnias) o i tremori calcinati di Cat Power (Little Changes), avverti la mancanza dello scarto, della vertigine che – in effetti o in potenza – giustifichi e sostanzi la melodia. Non è affatto un brutto disco, ripeto, ma sembra stabilire più limiti di quanti ne oltrepassi.
A neppure ventitré anni, Clairo si è resa autrice di un gesto coraggioso che ho sinceramente apprezzato: stracciare l’etichetta di stellina alt-pop per collocarsi sullo scaffale delle cantautrici “di qualità”. Ma ho come il sospetto che non sia stata una scelta del tutto azzeccata. La sensazione è che proprio l’obiettivo primario – annunciare al mondo quello che Clairo non è più – prevalga su tutto, col risultato di suggerire ciò che vorrebbe ma che non è (ancora) in grado di essere.
Sling, in definitiva, somiglia a un’interessante raccolta di outtakes dell’ottimo disco che Clairo aveva in mente. E che magari sarà in grado di pubblicare la prossima volta.
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