Recensioni

Esiste una sorta di “archeologia del presente” che sta attraversando l’elettronica (ha ancora senso usare questo termine?) italiana di ricerca, una spinta che porta i suoi protagonisti a smantellare le architetture digitali per andare a caccia di fantasmi sonori tra le pieghe del folk, della musica da camera e dell’ambient spettrale. Ciro Vitiello arriva al suo secondo lp, Notes from the Air, segnando un punto in un personale percorso che, partendo proprio dai detriti sintetici degli esordi, procede il lavoro di mappatura di una dimensione più aerea e, paradossalmente, più fisica già avviato nel precedente The Island of Bouncy Memories.
Il passaggio su Stroom – label che fa del recupero di memorie sommerse una missione curatoriale – non è in questo senso un dettaglio da poco. Vitiello si muove ormai in una costellazione europea di genere e che vede oggi affinità elettive non soltanto con il new isolationism in salsa nordica, ma anche con la fragilità pastorale di un Richard Skelton, le derive “cameristiche” dei caroline o certe astrazioni chitarristiche di marca kranky e il fantasma di Pan American.
L’elemento di rottura rispetto al passato è la scelta dell’Auditorium Novecento di Napoli come culla produttiva. Registrare in quegli spazi, circondato da strumenti storici e sotto la supervisione tecnica di nomi come Eraclio Pagliuca e Francesco Sodano, ha permesso a Vitiello di trasformare il computer in uno degli elementi di un ensemble, non più nel suo centro di gravità. Il disco poi respira grazie a una schiera di collaboratori che agiscono come un’orchestra fantasmagorica: Renato Grieco, Stefano Costanzo, Daniel Kinzelman e Heith stesso prestano fiati, archi e percussioni (quando non la voce stessa, come Heith in +days) a un mosaico che sembra non andare mai unicamente verso la forma-canzone, ma piuttosto ricerca una “presenza” sonora attraverso la sovrapposizione.
In copertina Vitiello è obliterato da una sorta di photobombing gabbianesco (apparizione che somiglia a quelle improvvise che tutti almeno una volta hanno sperimentato seduti lungo un canale veneziano o al tavolino di un bar in una località più o meno marittima). Senza voler scomodare forzati paralleli letterari o poetici, il concept del gabbiano – figura liminale, sacra e goffa – diventa la chiave di lettura perfetta per queste dieci tracce. Il suono è in volo, sostenuto dalle voci eteree di Martyna Basta e Antonina Nowacka, ma è costantemente minacciato dallo schianto, dalla distorsione del nastro, dal fruscio analogico.
Noi, spettatori uditivi, ne seguiamo il vagabondare sopra l’oceano e in scaletta incrociamo connotati dilatati che sembrano uscire da qualche b-side shoegaze di inizio ’90 (The Lighthouse Ghost, cuore dell’album ), ballate folk attorno a un BoC-falò (Jellyfish Light, a Big Blue Lie), momenti lisergici dove un sax e un clarinetto emergono tra le storture di un’orchestrina guidata dalla fisarmonica di Caraluce (Slices of Wind), gli archi mugugnano nervosi (Music for Airdrop, Please Please Dear Seagull), e divertissement chitarristici tra post e prog rock (Airbus, 2021) accompagnano verso un finale di giocosa malinconia (Iced-eye Clown) cinematografica.
Notes from the air vive insomma di squarci e respiri, attraverso i quali Vitiello prova a curare la topografia di un personale non-detto; a tratti caldo, più spesso algido, segna comunque un punto fermo nel suo percorso artistico. Ora, forse ancor di più, in balia del vento.
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