Recensioni

7.5

Nada: niente, nulla. Come la cantante ma anche come lo splendido album dei Death In June, ma triplicato. Niente! niente! niente!, però, come quello che si ritrova fuori dal mondo di Cigno, secondo Cigno stesso, nichilista cantore del declino fuoriuscito dal nulla romano poco più di un anno fa col suo esordio Morte e pianto rituale, qui come altrove incensato com’era giusto che fosse. Ora, a stretto giro di posta, l’atteso comeback. Atteso e veloce perché, calato come tutti noi nell’urgenza comunicativa di questi tristi anni da tecnoevo, Cigno sa che bisogna battere il ferro finché è caldo e solo onorando “il braccio che muove il telaio” e “la forza che muove l’acciaio” – sì, la citazione cccpiana è decisamente voluta perché l’urgenza di Cigno è molto vicina a quella che aveva la formazione emiliana – si potrà avere almeno l’illusione di aver detto qualcosa che smuova le coscienze. Marziale, poetico, anarchico e (auto)analitico, Nada! Nada! Nada! riprende le direttrici che furono dell’esordio e le amplifica, pur ovviamente mancando l’effetto sorpresa in chi ascolta.

Se quindi Morte e pianto rituale spiazzava a furia di chiamate alle armi diy e controcultura (dopo)punk come un improvviso calcio dritto in faccia, qui si è già preparati all’ascolto di quella forma di industrial/post-punk/rock tribaleggiante (Timore di Dio apre il disco come dei Test Dept salmodianti e chiesastici) e ossessiva (l’incessante filastrocca anarco-punk di Pax), tra incursioni orientali (Y En El Monte) ed e(c)lettronica dronica (A Frate Dolcino…) e/o virata synth-punk-noise (Antéchrist) che il nostro sa ben diluire in dosaggi sempre equilibrati. Eppure, per quanto preparati a schivare l’assalto sonoro di Cigno e della sua congrega (al solito sono moltissimi i collaboratori e altrettanti gli strumenti), i colpi di Cigno vanno tutti a segno e non si può che soccombere a una urgenza che si è trasformata in riflessione rabbiosa e lucida, veemente e oltranzista come può essere quella di chi non vuole accettare l’evidente china degli eventi di una società in retroguardia, tra caligini religiose e oscurantismo della ragione, tra soprusi e ingiustizie (i testi acuminati come i suoni trattano di Cucchi o Alika Ogochukwu, per dire), tra degradazioni e imbarbarimento.

Se cercate la denuncia dello schifo odierno, beh, lo troverete nella libertà che Cigno si è preso da solo e che gli consente di risultare credibile più di tanti altri cantori dello sfacelo. Lunga vita a Cigno.

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