Recensioni

Al crocevia tra minimalismo accademico, romanticismo orchestrale, suoni d’ambiente e campioni di synth modulari. La musica di Christina Vantzou, musicista originaria di Kansas City, trasferitasi poi a Bruxelles, ha cercato sempre un equilibrio impossibile tra elementi forse troppo eterogenei per convivere in maniera equa, nella stessa composizione.
Questo No. 5 si ripromette di fare una quadratura inedita del suo stile musicale, e forse non a caso, la Vantzou lo considera un po’ come un nuovo “primo album”. Componente fondamentale, questa volta, sembra essere stato un inaspettato “momento di focus”, avuto sull’isola greca di Siro, dove era ospite per una performance al locale festival del cinema. Fino a quel momento stava catalogando varie registrazioni, senza un’apparente filo logico, ma quel particolare momento, ha dato un nuova spinta creativa, concretizzatasi successivamente, nelle isole Cicladi. Un processo molto intimo, di metodico cut-up al laptop con il mare Egeo a fare da sfondo. La scelta di missare da sola il disco finale, senza l’ausilio di nessun altro, rafforza l’ipotesi che queste composizioni abbiano un afflato più personale e intimo.
Il risultato finale però suona un po’ come una rivoluzione a metà. L’intro di Enter è una scenografia acquatica a base di field recording che mima perfettamente l’effettistica migliore della musica concreta. Arriva in modo quasi del tutto naturale la propensione dell’artista ad una sofisticata narrativa tenebrosa, che a qualcuno ha fatto parlare di Badalamenti e Bohren & Der Club of Gore. La breve frase di piano di Distance spezza tutto questo in modo un pò brusco e il disco si avvita sempre di più lungo le coordinate di un vignettistismo ambientale un po’ frigido, vedasi le due parti di Kimona, con l’uso espanso di un piano iperminimalista, che fotografano perfettamente il lavoro: un guado attraversato a metà.
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