Recensioni
Christian Rainer
Any Kind Of Drug For Just One Kind Of Love
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Edoardo Bridda
- 15 Settembre 2015

La carriera del Christian Rainer musicista si è svolta fin qui all’insegna di una serie di vicissitudini discografiche ed artistiche, vicende che lo hanno configurato come un crooner di culto, per pochi fortunati, inevitabilmente laterale, ostinatamente retrò, perso in un mulinello di ottime influenze che va da Cave a Morrissey, dai Tindersticks a Gainsbourg, alla ricerca di una quadratura inguaribilmente romantica, esistenziale e, per dirla in breve, mitteleuropea.
La cosa avrebbe avuto un senso anche così, ben conservata proprio come i migliori segreti. Finisce però che un disco, Turn Love To Hate, già culto presso chi lo conobbe e amò in forma di demo tra il 2002 e il 2004 – in un turbolento periodo nel quale il ragazzo si divideva tra mitologiche performance (nei ritrovi di culto della Bologna avant come una sorta di David Bowie innamorato del catalogo World Serpent) e una promettente attività di artista concettuale con esibizioni sparse per il territorio nazionale – esca eoni più tardi, nel 2008, accompagnato da uno splendido DVD (che conteneva un videoclip per ogni traccia presente in scaletta), ma non da una altrettanto decisiva spinta dal punto di vista promozionale e di booking. Succede anche che una preziosa collaborazione con i Kiddycar all’insegna della chanson française dello stesso periodo – How This Word Resounds – diventi un antipasto di un disco che arriverà, ancora una volta millenni dopo, ovvero oggi, grazie a Minus Habens. Any Kind Of Drug For Just One Kind Of Love intende dunque proseguire l’autunnale percorso chamber pop di quel disco fondativo, aperto idealmente da quell’esperimento di contemporanea à la Rachels che è stato Mein Braunes Blut, pubblicato da Bar La Muerte di Dorella nel 2002.
Il nuovo album rappresenta per Rainer un nuovo e più compatto capitolo, dominato da toni più scuri e un generale senso di destino e predestinazione. Il dandismo tossico di Stranger (l’iconico brano contenuto in Turn Love To Hate che, ricordiamolo, ha goduto di una vita a sé nel momento in cui è entrato nel 2013 nella colonna sonora di Miele di Valeria Golino) ha lasciato il posto a una produzione più corale, grazie alla partecipazione in studio della band Vivianne Viveur e alle parti di violoncello di Francesco Chimenti (dei Sycamore Age) scritte dallo stesso Rainer, che aprono idealmente il disco su toni cameristici marcatamente est europei nella iniziale Buried (letteralmente: sepolto).
Incentrata su un tiepido e ingannevole romanticismo, la tracklist prosegue lungo un doppio sentiero che se da una parte apre a certa mistica barocca (e ai rimandi pasoliniani del caso), dall’altra sembra voler indicare un più pervasivo senso di vuoto e solitudine universale. Quando è Cave l’ascendente del baritonale crooning di Christian gli arrangiamenti disegnano splendide spirali verso una voragine che tutto, prima o poi, risucchia. Così People Of Jubilee è un grand guignol di catacombale decadenza 70s che si stempera negli slanci cinematografici di Shining To The Death, brano di una coralità inedita ma coerente all’interno della produzione del quasi quarantenne, mentre le parti più leggiadre (tradizionalmente all’insegna di una svenevolezza morrisseyana) sono qui confinate a Strong Enough unico brano – di narcotico, austroungarico – pop. Nell’avvicendamento tra cantati e strumentali, quest’ultimi si configurano così come una sorta di soundtrack post mortem, come se Christian sognasse la musica che suonerebbero al suo funerale. 65 Millions Years Of Solitude è un bucolico e trobadorico folk al chiaro di luna, un ideale, beffardo, commiato con tanto di titoli di coda immaginari di un lavoro solido e a fuoco, a cui bisogna anche resistere per entrarci appieno, oltre gli steccati dell’estetica e del gusto. Any Kind Of Drug For Just One Kind Of Love è il concetto di Closer secondo Rainer.
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