Recensioni

Ancora l’inverno, ancora il rincorrersi delle stagioni come base del concept dell’ultimo album di Chris Garneu, intitolato programmaticamente Winter Games. Il cantautore di Boston – ma cresciuto, e questo lo sapevamo già, a Parigi – continua a proporre una scrittura debitrice tanto al folk americano quanto al romanticismo mitteleuropeo, attraverso 10 brani soffusi di grazia malinconica e tenuità chamber. Tuttavia, rispetto ai precedenti lavori, Garneu si muove ora intorno ai territori dell’electro-pop, tralasciando maggiormente la matrice folk del passato. Anche se le canzoni sono ancora costruite sull’intreccio tra piano, archi, harmonium, il musicista mescola l’enfasi decadente di Antony And The Johnsons con melodie plastiche ed accattivanti, smettendo i panni del giovane Werther che lo avevano caratterizzato agli esordi.
La novità di Winter Games, infatti, risiede nell’amalgama elettronico presente in tutti i brani, attraverso un’interpretazione vocale – in cui ancora si fa sentire il fantasma di Jeff Buckley – votata al pop più scintillante e sofisticato: basterebbero i rintocchi kraut di Oh God per ricordarsi il nome del cantautore, un super pezzo che non sfigurerebbe in jingle e pubblicità, costruito su una linea melodica in grado di intercettare l’attenzione in una manciata di secondi. La stessa formula presente in Danny, altro esempio di languori ambient e immediatezza pop, che sottolinea la facilità del Nostro nello scrivere pezzi audaci e allo stesso tempo leggeri, senza resistere al fascino delle classifiche né rinunciando alla voglia di esplorare nuovi territori. Non mancano però nemmeno gli echi chamber del passato, riproposti nella solennità orchestrale di Our Man o nel dittico di Winter Song 1 e 2, quest’ultime costruite su un gioco di opposizioni speculari: una ballata pallida e invernale la prima, un crescendo emotivo e romantico la seconda, dove ricorre tutta la sacrale maestria del già citato Antony.
Gli altri brani, pur confermando le doti autoriali di Garneau, non aggiungono molto di più al giudizio complessivo sul disco: un lavoro equilibrato e sicuramente riuscito, che risulterà gradito tanto agli amanti del pop quanto ai cultori di un songwriting barocco e ricco di suggestioni, la cui unica pecca è forse la mancanza di un’”anima” ben definita. Ancora indeciso tra un passato da chanteur dolente e maledetto e un presente da autore colto e sofisticato, il giovane Chris finisce per non essere né l’uno né altro, non sfruttando al meglio potenzialità già visibili ma non ancora completamente a fuoco. Un’instabilità che, a proposito del precedente El Radio, vi dicevamo celarsi dietro la sicurezza da cantautore e da arrangiatore, il che andrebbe anche bene, se l’obiettivo non fosse quello di un pathos sincero e inafferrabile, e perciò non facilmente raggiungibile.
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