Recensioni
Pensateci bene. Se foste Chick Corea, 76 anni portati più che bene e spalmati su una carriera lunghissima e brillante stracolma di collaborazioni con i piani alti della discografia jazz (Anthony Braxton, Gary Burton, Miles Davis, Herbie Hancock, Keith Jarrett, Avishai Cohen, Pat Metheny, tra i tantissimi) oltre che portatrice sana di uno status di semi-divinità del pianoforte raggiunto a suon di premi vinti e dischi fondamentali, come affrontereste i concerti in solo? Preparando la solita scaletta di classici? Limitandola ai brani dell’ultimo disco (per la cronaca, Chinese Butterfly, uscito nel 2018)? Evitando di seguire una setlist programmata per affidarvi esclusivamente all’improvvisazione? Riproponendo nella loro interezza pietre miliari della vostra discografia così da sfruttare l’effetto nostalgia – un po’ come si fa biecamente nel mondo del rock? O magari cerchereste un modo un po’ più originale per non annoiarvi e al tempo stesso coinvolgere il pubblico?
In realtà Armando Anthony “Chick” Corea già da qualche tempo, nei suoi spettacoli dal vivo in solo, segue una sceneggiatura con qualche passaggio obbligato, che da un lato gli permette di evitare i cliché e dall’altro stimola la curiosità degli spettatori. La data al teatro Alighieri di Ravenna nell’ambito di Ravenna Jazz 2018 non fa eccezione: luci in sala fioche ma accese, lui e il pianoforte a coda sul palco, un microfono per spiegare di volta in volta cosa andrà ad eseguire. La prima ora è dedicata alle connessioni possibili tra classica e jazz – in realtà più che possibili, più o meno da Johann Sebastian Bach in avanti – abbinando coppie di composizioni (e autori) eseguite al pianoforte senza soluzione di continuità. E allora ecco spuntare un tête-à-tête tra Duke Ellington e Mozart, una chiacchierata intrigante tra Antônio Carlos Jobim e Chopin, e persino il buon Bill Evans con Waltz For Debby, per poi chiudere i giochi con un bellissimo omaggio/medley a uno dei musicisti che hanno ispirato lo stile pianistico dello stesso Corea, ovvero Thelonious Monk.
Un quarto d’ora di stacco ed eccolo tornare per eseguire una The Yellow Nimbus dedicata a Paco De Lucia. E qui inizia la parte interattiva del concerto: Corea chiama sul palco prima un uomo e poi una donna, e fa per ognuno un “ritratto” suonando il pianoforte. Anche questo è uno standard dei suoi concerti in solo, eppure fa sempre un certo effetto vedere come lineamenti reali e caratteri solo ipotizzati dall’immaginazione del musicista diventino un identikit sotto forma di note improvvisate. Il passaggio da pittore a sparring partner al piano è un altro topos delle esibizioni in solitaria di Corea: la richiesta è se in sala ci sia un pianista disposto a suonare con lui. Il Nostro ne trova due, c’è da dire anche piuttosto bravi considerata l’emozione di condividere lo stesso piano con un guru del jazz moderno – peraltro, ottimo padrone di casa, capace di far sentire a proprio agio gli ospiti. La chiusura di concerto è invece affidata all’esecuzione di alcune composizioni tratte dall’album Childrens’s Songs del 1984, che suggellano degnamente un live durato complessivamente poco meno di due ore.
Tutto molto bello, e ci scappa pure qualche risata per un Corea che si dimostra un ironico intrattenitore, ma il messaggio della serata – se c’è – qual è? A leggere un po’ più in profondità – e magari vagando con la fantasia – ne identifichiamo tre: innanzitutto che non esistono confini stilistici quando suoni, e in particolare in una musica come il jazz; poi che l’ispirazione può nascere da qualsiasi cosa e nella maniera più inaspettata; infine che la musica è una cosa serissima ma anche e soprattutto un gioco, come del resto sottolinea pure il nostro Stefano Bollani nei suoi live in solitaria. Ah, c’è poi la piccola postilla che uno come Chick Corea, che potrebbe tranquillamente vivere di rendita in qualche bella villa di Beverly Hills, lo ritroviamo invece su un palco a prendersi pure qualche (piccolo) rischio. Una cosa che dovrebbe far riflettere molti.
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