Recensioni

Torna Chelonis dopo un lungo silenzio a seguire una carriera di pittore. Il nuovo disco è un cambio di rotta quasi totale con il passato: dalla deep si passa infatti alla nu-disco, con interessanti variazioni sul tema synth-pop.
Nel quarto album della sua carriera – sempre sulla fidata etichetta di un altro grande che è Marc Romboy – si respira una sensazione spiazzante, perché il personaggio mantiene una linea che viaggia a cavallo di epoche e stili diversi. In primis c'è un'infatuazione per gli 80s che vanno tanto di moda oggi, in particolare i Depeche Mode in $23 Life, Lou Reed e la viola distorta di John Cale per un certo nonsoché arty in (Non)sense e i Japan nella prescindibile Dark Twain (con coretto gospel inopportuno).
In seconda battuta, CRJ riporta a galla le contaminazioni DFA ed electro della house '00: vedi alla voce DJ Hell meets Adriano Canzian in The Irritant, Pinwheel Piaf e The Soiree o proprio lo stesso Murphy in Love Needs An Invoice, dove nelle vocals c'è pure qualche traccia di Boy George.
La sostanza di questo lavoro resta appesa a un dubbio di autenticità, sconfessato dai pezzi che guardano al presente e appesantito da quelli che citano il passato. Positiva la difficoltà di catalogazione; meno interessante la naïveté d'arrangiamenti fuori tempo massimo. Il viaggio del pittore/musicista sembra essersi assestato su un livello medio, che non esalta ma che non fa nemmeno sfigurare l'intensità della carriera pregressa.
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