Recensioni

Nonostante un background comune, che affonda le radici nella Martinica francofona, i due musicisti di stanza in Belgio dietro a questo debutto non si erano mai incrociati. Ad agire da sensali per questo matrimonio (vedremo con che durata) sono stati quei genietti dei fratelli Dawaele, ovvero i Soulwax (oltre a tante altre cose). All’epoca di Belgica OST, quando si inventarono una dozzina di band diverse per riempire una colonna sonora, li vollero entrambi e da lì, oramai un lustro abbondante fa, ci fu annusamento e poi la collaborazione vera e propria. E che dire: avevano proprio ragione i Dawaele, era un matrimonio da fare.
Alla base del sound del duo c’è un pop attuale che si lascia sporcare da tante influenze diverse, assorbendo come una spugna succhi di vari filoni musicali. A fare da centro di gravità è un discorso chiaramente politico che parla di identità di genere («My name is Variety / I identify as a person that is non-binary / A pan-sexual being / My name is Unity / I practice all beliefs / From atheism to zionism / I’m gonna tell Aviv»si sente cantare in Hey), decolonizzazione («Don’t say “We need to build a wall” / Say “I’m a world citizen, I don’t believe in borders”» da Esperanto), sessualità transfemminista («Embrace your womanhood by saying what you need» si sente cantare da Charlotte in Reappropriate). Il tutto sempre con un mix praticamente perfetto di brutalità rrriot e ironia, che non guasta mai.
Si sentono riferimenti diretti a Miss Kittin e Felix Da Housecat, ma scavando un pochino oltre la superficie, si trovano un omaggio nemmeno tanto nascosto ai Daft Punk (la finale Thank you), atmosfere che strizzano l’occhiolino a Chromatics e Cliff Martinez (HAHA), ma anche a un piglio da The Knife/Planningtorock (la già citata Reappropriate). Non tutto il programma è completamente a fuoco, ma tra French house (Mantra), una brano simil-tribal-techno (It Hit Me) e uno sguardo generale ispirato ai Moloko (Blenda) c’è di che divertirsi a sufficienza.
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