Recensioni

La storia del soul è piena di piccoli grandi uomini che, dietro le quinte, hanno avuto un peso e un’influenza non indifferenti. Di costoro, diversi erano bianchi che dimostravano come un altro e migliore modo di vivere fosse possibile. Gente che voleva la pelle nera e amava la musica dei fratelli, specialmente se si trovava nella sua culla. Memphis, Tennessee: sono i primi anni ’60 allorché il giovane sax tenore Charles ‘Packy’ Axton – nientemeno che il figlio di Estelle e nipote di Jim Stewart, i fondatori della Stax – forma con due visi pallidi che dovreste conoscere, Steve Cropper e Donald ‘Duck’ Dunn, i Mar-Keys.
Arrivano quasi in cima alla classifica R&B e pop nel 1961 con il superclassico Last Night e poi litigano di brutto giusto a causa di Packy. Brutto carattere il suo, peggiorato dalla deleteria tendenza ad alzare il gomito che nel ’74 gli sarà fatale, e altrettanto per il “vizio” di farsi vedere in giro nei locali a suonare con colleghi neri in un’epoca in cui ciò rappresentava un autentico azzardo. Cosa che peraltro non gli impedì a meta decennio di registrare un gruzzolo di 45 giri presso i leggendari studi della Ardent in compagnia del produttore John Fry, accompagnato dalle leggende di cui sopra e da calibri come Booker T. e Teenie Hodges.
Di quel rustico, vibrante suono Late Late Party 1965-67 raduna diciassette esempi tra strumentali e canzoni, componendo il primo tributo (al solito curatissimo in termini di remaster, materiale informativo e iconografico) a un individuo poco fortunato e nondimeno degno di riconoscimento. Da ultimo, sappiate che si tratta di una festa di errebì qui torrido e là sensuale consigliata anche a chi della materia non è cultore.
Amazon
