Recensioni

Sei pillole, sei trip. Tutte in fila sulla lingua, pronte per essere ingoiate. Charles Muda al secolo Carlo Barboni, poco più di vent’anni trascorsi nel quartiere Romano di Monteverde, si presenta con un abito glamour, pop, veloce e apparentemente situazionista. Un richiamo dissacrante alla POP ART, questo il titolo dell’EP, che imprigiona (e mette in vetrina al contempo) esseri umani proprio all’interno di quelle sei pillole. Essi sono vittime della società del consumo, dei folli ritmi moderni e del marketing, temi che Charles Muda utilizza come viatico per modellare e poi distruggere la propria figura di pop star.
Nei sei brani di POP ART la narrazione è affidata a un Virgilio di volta in volta diverso, nello specifico sei frasi rispettivamente di Bob Dylan, Edie Sedwick, Andy Warhol, Judy Garland, Paul Newman, Elvis Presley poste in chiusura di ogni brano: riflessioni su concetti quali identità, successo personale, consumismo, affettività, amore. Macrotemi appena accennati che forniscono però indizi gustosi su un artista già oltre la figura del trap boy e scarsamente inscrivibile in un genere definito: «Personalmente mi sta stretto dovermi esprimere in un solo genere. Un giorno mi ritrovo a scrivere un pezzo più rap e un altro giorno qualcosa di più rock, ma questo non mi fa stare a disagio», così Muda nella nostra intervista. Rap quindi, ma in extrabeat. E batteria, basso, chitarra (distorta) fuse in un groove magnetico a ricordarci quanto sia inutile e quasi ridicolo insistere ancora sulle ‘appartenenze’ musicali: rocker, indie, trapper, rapper ecc.
Charles Muda è figlio del suo tempo e ci restituisce questa sensazione con una naturalezza incredibile passando con scioltezza dalle suggestioni levantine (Ghali) di Alì Babà alla malinconia recentista stile Carl Brave & Franco 126 (alla produzione dell’album troviamo Mattia “Fettina” Castagna) di Pesos: il mix, dopo un passaggio in un frullatore che ha tanto i contorni del punk, è giubilante, sincretico e teneramente imperfetto. POP ART è (finalmente) un inno riflessivo ai vent’anni: esplosivo e incompleto.
In un paese come il nostro, dove essere reazionari è diventato glamour siano benvenuti il caos, il distruggere per poi ricreare, l’incertezza e il disordine interiore: “Ho fatto un casino qui dentro, oddio ma che casino che c’è dentro di me” (Tutta pubblicità).
Amazon
