Recensioni

6.7

Per età avrebbe potuto esordire nel ’68, un anno dopo la morte di Otis Redding e nello stesso anno in cui pubblicava il primo album Leonard Cohen, i cui 35 anni stabilivano un record di esordio tardivo, soprattutto in un’epoca in cui l’equazione rock=gioventù era ancora ben salda nell’immaginario collettivo.

Ma l’allora diciannovenne Bradley era troppo preso nelle maglie di una vita complicata e dura per pensare sul serio a cantare; e lo sarebbe stato ancora per decenni, limitando l’espressione della sua vocazione a piccole band o concertini come imitatore di James Brown.

Poi a inizio millennio l’incontro con Gabe Roth della Daptone e col produttore Thomas Brenneck, un evento che lo spinge a trasformare i ferri del mestiere e i traumi della biografia in quel colore dell’anima e dello stile che “fanno” un cantante soul. Così, dopo qualche singolo in vinile sparso lungo la decade, il Nostro arriva al primo disco No Time For Dreaming nel 2011, alla tenera età di 63 anni (e tanti saluti al record di Cohen).

Ora è tempo del sophomore: d’altronde il periodo è propizio per il soul revival (e l’etichetta è notoriamente passatista), e se dicevamo che avrebbe potuto esordire nel ’68 è perché il suono e lo stile sono quelli in vigore nella black dell’epoca: nessuno si sarebbe sorpreso nel sentire You Put The Flame On It a quei tempi, ma neanche il folk-gospel della title-track. Qualche variazione si trova a metà disco: Love Bug Blues, colore più ’70 con organo e flauto, e tromba quasi più reggae che r’n’b; il suggestivo strumentale Dusty Blue, che annuncia una quasi psichedelica Confusion, mix di atmosfere dark, basso fuzz e sciabolate d’echi. Il resto torna sul canonico, interpretato e arrangiato con tutti i crismi e il cuore del caso.

Non è maniera, è che l’interprete da quegli anni viene, e quello è lo stile che padroneggia, ben assistito dalla produzione: una buona aggiunta alla discoteca dei fan del genere.

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