Recensioni

Le Vexations di Erik Satie, la magnifica ipnosi della ripetizione, i battimenti che inducono brividi sfasati delle fasi di Steve Reich, la frenesia percussiva di Arnold Dreyblatt, la buddhist bubblegum music di Arthur Russell, le sinfonie per chitarra di Glenn Branca (dove sarebbero i Sonic Youth?), l’estasi monocorde di Terry Riley (In C): inestimabile il contributo del minimalismo alla musica occidentale. Cambia il modo di percepire il suono; l’ascoltatore ne diventa parte, lo vede letteralmente crescere ed evolvere come se si trattasse di un processo organico, con variazioni infinite e rilevabili solo con il giusto grado di attenzione e di predisposizione alla perdita di controllo. Oppure fissità filosofiche che mutano colore a secondo del nostro stato d’animo, del nostro punto di vista, di ascolto. Perché qui sono in gioco orecchie che vedono ed occhi che odono.
Come Ulisse, che nel mito, secondo l’interpretazione di Horkeimer e Adorno, manifesta la volontà di potenza occidentale obbligando la sua ciurma a legarlo all’albero maestro per poter ascoltare il temibile e affascinante canto delle sirene, così i minimalisti invece decidono di non di tornare a Itaca, compiere un cammino inverso, perdersi nel mare del suono, rinunciare all’autorità del compositore, venire a patti con l’abisso, con la furia di Poseidone, con quanto di non prevedibile e di non previsto infuria attorno all’uomo, abbandonandosi all’imperscrutabile volere degli dei: ovvio che resteranno affascinati da queste peripezie solo coloro i quali siano in grado di andare oltre un banale e superficiale ascolto che farebbe pensare, a un orecchio distratto, che in questa musica nulla accada e che chiunque sarebbe in grado di suonarla, che è poi lo stesso equivoco che coinvolge spesso altri rami dell’arte contemporanea, come ad esempio la pittura, quando non è figurativa. Errore madornale, perché il tocco, la sensibilità, la dinamica, la capacità di tessere trame ipnotiche, orizzontali eppure profonde, sorprendenti e sospese, non è una affare da poco.
Sarà un caso se il mistero della strumming music (il disco omonimo è del 1974) non ha ancora finito di regalare migrazioni e vertigini a chi gli si avvicini? Comunque sia, musica da ascoltare al buio, preferibilmente ad alto volume, in solitudine, con le tende aperte a ricordarci che c’è un mondo fuori che accade a prescindere da noi. E allora, eccolo, lo strumming, il tremolo che si fa travolgente, le note ribattute fino a sembrare campane celesti che invocano divinità di altri spazi, il flusso inarrestabile ed austero dei piani infiniti di Charlemagne Palestine. Qui in compagnia di Rrose, il cui nome rimanda all’alter ego femminile di Marcel Duchamp (Rrose Selavy) a rivisitare The Golden Mean, del 1976, ribattezzato per l’occasione The Goldennn Meeenn + Sheeenn.
Dadaismo, minimalismo, satori, libere strategie per circumnavigare isole, continenti, mondi, percorrendo i labirinti della psiche e dell’orecchio interno. Musica che pare succedere in modo naturale, con gli autori quasi come fantasmi, come un pianoforte automatico Welte Mignon i cui rulli siano stati preparati dagli sciamani, o come il suono indicibile di quella favolosa installazione di Céleste Boursier-Mougenot al Musée des Beaux-Arts di Montréal, con gli uccelli a suonare involontariamente bassi e chitarre elettriche. Perché, ecco, spesso è proprio questo il problema, la volontà. Le nostre sciocche intenzioni, la necessità di dare un senso, una direzione. Perdersi è una religione, come sparire, può funzionare solo per anime sottili, ma il passaparola, una volta capito il segreto, non potrà che essere fitto.
Questo disco è capace di allagare i vostri pomeriggi e le vostre stanze, è pura magia. Fenomeni aurali che avvengono nei nostri canali uditivi, come suggerisce il compositore americano, o strategie per lasciare che la luce cresca nell’orecchio, come indicava in modo evocativo un bel disco del 2012 su Boring Machines di Luciano Maggiore e Francesco Brasini: «Faccio qualcosa che poi prende in qualche modo vita da sé, continua, e non è necessario che io sia sempre lì. Questo rende la mia musica un poco meno egocentrica, e crea più spazio. Ogni volta che ti muovi da un intervallo all’altro, sembra sempre di entrare in un nuovo mondo. Lo stesso accade per chi ascolta: l’orecchio può giocare con questi elementi, non ti trovi sempre nella posizione di ricevere ordini, sei tu che decidi cosa ascoltare, dove concentrare l’attenzione».
Sarà un caso se il mistero della strumming music non ha ancora finito di regalare migrazioni e vertigini a chi gli si avvicini? Sarà un caso che questi due lunghi dialoghi di toni e geometrie non euclidee, dove i piani diventano rizomatici e si perdono l’uno nell’altro, suonano così vicini a certi momenti dei Necks? Pubblica l’etichetta personale di Rrose, Eaux; due tracce, magnificamente registrate e masterizzate poi da Rashad Becker, che dovrebbero essere fatte suonare ai semafori negli orari di punta, o sulle navi spacca ghiaccio nel Polo Nord. Il suono di una fine, o di un inizio. Cosa cambia, del resto?
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