Recensioni

Gli inglesi azzeccano spesso la piacevolezza di ascolto; ma ciò che
forse ancora più spesso li contraddistingue è la capacità di
dissimulare con essa la perigliosità del proprio calcolo. Mega Breakfast, terzo album dei Chap,
ci dà un’ennesima prova del fenomeno; e se i quattro londinesi fino al
precedente (e un po’ meno prescindibile, a dire il vero) Hamci convincevano più con le proprie armi variabili, ora lo fanno da
arbitri, che ponderano le distanze scegliendosi due duellanti alla
volta che si contendano lo scettro di riferimento. La scorza di questo
ultimo lavoro sembra cioè di più facile fruizione del precedente, ma su
questo va concentrata l’attenzione, non limitata.
È vero che in They Have A Name e soprattutto in Caution Mesi avverte l’inserimento divertito e divertente di riff non troppo
lontani dal math rock maturo e più autodivertito (vedi ultimi Don
Caballero). Il terreno di elezione è però più spostato verso la fetta
di musica che va da Hot Chip a El Guapo. Ci sono pure i Brainiac a sbocciare in Ethnic Instrument; e in sostanza è questa triade a eleggersi come papabile primo sfidante.
Sì perché dall’altro lato c’è Proper rock – ma anche Carlos Walter Wendy Stanley, e non solo per il passaggio di testimone delle due voci, una maschile, una femminile – che fa tesoro dei Fiery Furnaces;
ma lo fa sottraendo loro l’esplicitazione dell’effetto cut-up, e quindi
negando quell’aspetto che rende il duo spesso difficile da inserire in
comparazioni. E fa effetto soprattutto vedere come lo sguardo, una
volta posato sulle fornaci, non si stacchi più da loro, in modo anche
retroattivo, come una lente attraverso cui filtrare Mega Breakfast. Il compostaggio virtuoso è comunque meno invasivo della materia di cui sono fatti Widow Citye precedenti. Ci fa però capire che il legame tra i Brainiac (o gli Hot
Chip, specie quando si fa ballare) e i Fiery non è impossibile, è solo
un modo diverso di impostare un frullatore.
In conclusione, chi ha vinto? Un pareggio, siglato dalla ciliegina sulla torta, una citazione (I Saw Them)
della tradizione di tutte le parti in causa, nella veste dei synth
tardi Settanta dei Kraftwerk. E tutti se ne tornano a casa contenti.
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