Recensioni

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Bella forza arrivare venti e rotti anni dopo: puoi permetterti il lusso di rileggere pagine di Storia con fare ironico e magari rischiare di cavarci dei discreti soldi, mentre chi per primo ha sudato su un certo suono è sì arrivato prima, ma le classifiche le ha viste col cannocchiale. Miracoli dell’underground che prima o poi diventa mainstream. Tutto questo per dire che i Chairlift sono gli ennesimi – un trio d’esordienti di base a New York, ma fosse stato Londra o Manchester nessuno l’avrebbe notato – a trafficare con la new wave, pur non limitandosi al triennio ’78-’81 e spargendo qualche trama polverosa di chitarre shoegaze che, guarda un po’, è un altro dei trend di recente riscoperta. Questo è in ogni caso quanto passa i convento dopo mezzo secolo di rock music, e lamentarsi della scarsa originalità delle formazioni attualmente in circolazione ha ben poco senso. Il problema è, semmai, quando ha queste difetta il guizzo che possa distinguerle dall’anonimato, ovvero la capacità di scrivere brani che almeno si facciano ricordare per qualcosa in più di un paio di ascolti distratti.
Ci provano Aaron, Caroline (che canta, benino e annoiata il giusto) e Patrick a non tradire le ore spese ascoltando Chameleons, Japan e, purtroppo, anche un caramelloso new-pop anni ’80 che della nuova onda trattenevano soltanto l’esteriorità. Tutto ben gestito e sciorinato in tre quarti d’ora che vanno da una Garbage bagnata di jazz ed elettronica agli orientalismi a buon mercato di Planet Health, passando per tracce più cantautorali eppure sempre urbane (bella, comunque, la meditativa Somewhere Around Here). Purtroppo per loro, non giovano affatto le spruzzate d’elettronica mal dosata e invadente e il tono generale che punta un bacino d’utenza più ampio restando in qualche modo fedele alla dimensione “indie”. Una volta di più, non saper ciò che si vuole, è fatale.

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