Recensioni

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Penso alla mia musica in termini di possessione e di trance […]. Ho bisogno di creare delle circostanze […] che dipendono dal modo in cui vivo, che si riferiscono sia al pianoforte sia ad altro, in maniera tale che lo sviluppo della musica possa continuare”.

Vita e jazz vanno di pari passo nell’arte di Cecil Taylor. Lo scorrere del tempo, l’evolversi del quotidiano, la sofferenza, la nascita e la morte diventano colori, sfumature, declinazioni di un sound furente e inarrestabile. Un sound talmente umorale da poter essere circoscritto soltanto dai limiti fisici del buon vecchio vinile, sulla cui superficie si postano senza ritegno al massimo un paio di sillogismi (uno per lato). Un sound massiccio, dall’aspetto poco invitante, summa del lavoro di un pianoforte che scalpita, si impenna, viene battuto a sangue, galoppa come un purosangue imbizzarrito. Secondo un illustre studioso della materia come Arrigo Polillo, tre sono i nomi che cambiarono forma al jazz all’inizio degli anni sessanta: John Coltrane, Ornette Coleman e, appunto, Cecyl Taylor. Tre cavalieri dell’Apocalisse che rivoltarono dal basso la vecchia musica afroamericana domiciliando il futuro free tra le istanze politiche progressiste del periodo e la voglia di rinnovamento di un gruppo di musicisti fuori dagli schemi. Taylor fu forse, dei tre, quello che raccolse meno consensi, in virtù di uno stile spigoloso, ostico, vicino all’atonalità, difficilmente digeribile, tuttavia affascinante, elegante, anarchico.

Uno stile che in Conquistador! rivela tutte le sue potenzialità. A dar manforte al padrone di casa nelle due tracce che costituiscono il corpus del disco vengono chiamati Bill Dixon alla tromba, Jimmy Lyons al sax alto, Andrew Cyrille alla batteria e Henry Grimes / Alan Silva al contrabbasso. Musicisti dall’animo affine capaci al tempo stesso di esaltare le storture armoniche del pianoforte e di indirizzarne i passi con un contorno strumentale adeguato. A cominciare dai diciassette minuti e cinquantuno del lato A, in cui i fraseggi veloci posti in apertura da Taylor svegliano gli ottoni, chiacchierano tra loro, per poi seguire – si fa per dire – la batteria in un’orgia ritmica sudata e distonica tra saliscendi di tromba e sax. Passa un terzo della title track ed è già tempo di fermarsi a pensare: si rilassano i muscoli, si sciolgono le dita, si dà aria ai polmoni, per poi riprendere gradualmente il match con una danza serrata di tastiere e piatti prima e un omaggio alle attese spasmodiche di Charles Mingus poi.

Due battiti di ciglia ed è gia ora di girare l’LP. Si scopre allora che il contrabbasso di Alan Silva non disdegna i volteggi controllati e le pattinate sulla tastiera, che il pianoforte di Cecil Taylor puo’ anche sciogliersi in cascate di note classiche, che gli strumenti a fiato sono più libertini di quanto non fosse sembrato inizialmente. Una sensazione che guadagna in consistenza con i minuti che passano, finché i tasti bianchi e neri non rubano la scena agli altri strumenti accelerando Monk da trentatrè a quarantacinque giri, imprecando contro le spazzole, perdendo gradualmente di intensità fino al termine del disco. Un silenzio conclusivo che, tuttavia, ha il sapore di un nuovo inizio.

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