Recensioni

Non sottovalutare l’arte delle cover. Ci sono musicisti che ricorrono a interpretare brani altrui se in secca di ispirazione, oppure per centrare banalmente qualche successo a minor investimento di energie. Cat Power, invece, è sempre stata una fuoriclasse in tal campo, per quanto il suo stesso repertorio autografo sia ricco di grandi classici omaggiati a loro volta da altri – è per esempio il recente caso di Dave Gahan & Soulsavers, alle prese con Metal Heart.
Chan Marshall sa fare proprie canzoni sia appartenenti alla tradizione sia alla contemporaneità, bilanciandosi alla medesima maniera tra scelte stilistiche classiche e attuali: merito della sua voce, perenne brivido di setoso spleen, e dell’ottima cura degli arrangiamenti, della produzione che ha curato in questo caso in prima persona. Di riletture di brani altrui, Marshall, ha sempre disseminato i suoi dischi, arrivando a pubblicare addirittura tre album interamente a tema: nel 2000 il destrutturato e minimalista The Covers Record (divenuto leggendario al pari di un Kicking Against The Pricks, anche grazie a un’irriconoscibile (I Cant’ Get No) Satisfaction dei Rolling Stones), nel 2008 il più giocoso e soulful Jukebox (collegato alle sonorità fortemente americane del sontuoso The Greatest ed elaborato con la cosiddetta backing band Dirty Delta Blues composta tra gli altri da Judah Bauer e Jim White).
Adesso è appunto il turno di Covers, altro titolo programmatico improntato alla semplicità, registrato a Los Angeles ai Mant Studios con Rob Schnapf (Elliott Smith, Beck). In scaletta, però, troverete al solito anche un’autocover: si tratta di Unhate, ovverosia la versione aggiornata al presente di Hate (in cui all’epoca intonava come Cobain «I hate myself and I want to die»), recuperata dal già citato The Greatest, che acquista in groove allineandosi quasi al piglio moderno dell’elettronico Sun e perde in tormentato pessimismo. Forse c’è uno spiraglio di luce, forse è la speranza di un miglior futuro trasmessa dalla maternità. Covers arriva d’altronde quattro anni dopo Wanderer, un lavoro che la rimetteva in pista, da viaggiatrice dell’anima e dello storytelling, su oneste coordinate folk-blues. Lì reinterpretava Stay di Rihanna, perché persino i piani del mainstream e dell’indie rock, per lei, si sono sempre flessi alla trasversalità delle buone canzoni. Il viaggio prosegue ovviamente in Covers e lo scatto di copertina, con un passaporto infilato nel taschino della camicia di jeans, ne è un palese indizio.
Emotiva per natura, talmente empatica da coordinarsi sulle frequenze delle tracce più toccanti del globo terrestre, Marshall sceglie brani a cui è legata e, se già non lo fossero, li lega persino a noi che l’ascoltiamo. Passa così da scoperte dell’adolescenza (It Wasn’t God Who Made Honky Tonk Angels della cantante country Kitty Wells, trovata su una musicassetta) alle devastazioni dei vent’anni (Here Comes A Regular dei Replacements, fatta girare al jukebok con gli ultimi spicci rimasti in tasca), scarrellando in tal modo la memoria su differenti periodi, differenti stati d’animo e persino differenti supporti di fruizione. Omaggia la nonna che amava Billie Holiday appropriandosi di I’ll Be Seeing You, con il pianoforte, e restituisce il favore dell’ospitata di Lana Del Rey in Wanderer per il singolo Woman, eseguendo la di lei A White Mustang. Saluta gli amici perduti spogliando A Pair Of Brown Eyes dei Pogues e ricaricando Against The Wind di Bob Seger. Rende tributo alle icone: l’Iggy Pop di Endless Sea (scoperta grazie al film Dogs In Space di Michael Hutchence, asciugata e ancor più sinuosa), la Nico di These Days (che sia scritta da Jackson Browne poco importa), l’amico Nick Cave dell’epica e densa I Had A Dream Joe.
Parlavamo inizialmente di una fuoriclasse della cover. Bene, prendete in considerazione Pa Pa Power, graziosa filastrocca dei Dead Man’s Bones, la band dell’attore Ryan Gosling, alla quale Marshall imprime tutta la sua forza e tutta la sua eleganza trasformandola in un bruciante inno di battaglia. Se ancora non ci credete, ascoltate direttamente Bad Religion, la coming out song contro ogni mala-religione di Frank Ocean era Channel Orange, nata in tour in coda all’esecuzione di In Your Face e posizionata in apertura alla scaletta di Covers: Marshall la stravolge, la estende quel tanto che basta e la traghetta in nuova forma, con fraseggio liquido di chitarra, qualche verso aggiustato e cantato elevato a mantra universale. Strepitosa in resa e personalità. Se ci mette in ginocchio in questo modo, dopo oltre un trentennio di carriera, Cat Power rimane senz’altro un culto da abbracciare.
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