Recensioni

Due anni fa Catacombs raffreddò gli entusiasmi di chi scorgeva in Cass McCombs prospettive importanti in chiave pop-rock cantautorale. La fiamma sembrava smorzata, girava a vuoto attorno a poche idee neanche troppo lucide. Il nuovo lavoro Wit’s End, ahinoi, non smentisce quella china discendente, fornendo semmai ulteriori motivi di rammarico. Il primo e principale arriva fin dall’iniziale County Line, punta di diamante del programma e mirabile esempio di equilibrio tra effluvi country rock Harry Nilsson, languori obliqui John Lennon e fatamorgane inquiete Elliott Smith, il tutto imbevuto di piacevolissimi umori soul e particelle Kinks depotenziate. Un piccolo grande prodigio che non trova però riscontro nel resto della scaletta, composta perlopiù da teatrini più dimessi che estatici, all’insegna di melodie che cincischiano su scale in minore col piglio smorto di chi non riesce ad azzeccare il giusto grado di malinconia.
Ossessioni senza nerbo (Buried Alive), lungaggini ingiustificate (A Knock Upon the Door) ed incantesimi posticci (The Lonely Doll) sono le note storte che il sobrio tepore degli arrangiamenti non è in grado di assolvere. Alla fine ti sembra il fratellino apatico di Ryan Adams o – se preferite – un cuginastro depresso di Badly Drawn Boy. Peccato.
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