Recensioni

6.9

Appena un pugno di mesi dopo il deludente Wit's End vedi piovere sul mercato questo Humor Risk, e ti viene il dubbio che sia una specie di riparazione. Il disco che Cass McCombs avrebbe davvero voluto pubblicare. Ok, mettiamo da parte la dietrologia e limitiamoci a prendere atto della fibra più disinvolta, obliqua e mordace di queste otto tracce, capaci di beccheggiare asprigne tra certo caracollare allibito Jason Molina (To Everyman His Chimera) e power pop ruspante tipo un Ryan Adams contagiato dal M.Ward più grossolano (Mistery Mail), tra i Wilco più tosti, seriali e laconici (Love Thine Enemy) e l'alt-country meccanizzato come una jam tra Beck, Feelies e Jayhawks (The Same ThingRobyn Egg Blue).

Si fa apprezzare il piglio accattivante con l'inquietudine nella fondina, il piacionismo ammorbato di abbandono oppiaceo, il muoversi sul filo d'un pop intossicato di sguardo outsider, come la bradicardia velvettiana di Meet Me At The Mannequin Gallery o la fragranza spersa tra Elliott Smith e Sufjan Stevens di The Living Word. Questo disco riesce dove l'immediato predecessore falliva, anche se in fondo gli ingredienti sono gli stessi: è questione di dosaggio, più essenzialità, meno ricercatezza, lasciare che la vena pulsi libera tra disincanto e inquietudine. E che la forma si adegui, come la fibra lo-fi di Mariah, lento romanticismo folk marezzato di languori beatlesiani che chiude degnamente il programma. Segnati la ricetta, Cass.

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