Recensioni

Grazie a una fortunata congiuntura nei piani di promozione
discografica, l’ultimo album di questo trentenne californiano rischia
di diventare uno dei primi grandi dischi piombati dentro le nostre
orecchie all’alba di questo 2008. Già, perché con Dropping The Writ, arrivato da noi qualche mese dopo l’uscita in patria,Cass
McCombs mette definitivamente le cose in chiaro: se si è in cerca di un
nuovo, sfavillante talento nel songwriting pop-rock a stelle e strisce,
è a lui che si deve guardare. Non che nei precedenti A (2004) e PREfectum(2005) mancassero gli indizi favorevoli, nonostante le inevitabili
acerbità; semplicemente, con il sempre difficile (e spesso rivelatorio)
terzo album si è compiuto quel miracoloso e leggendario processo che fa
sì che i vari tasselli si incastrino tutti d’improvviso, alla
perfezione, componendo una nuova figura.
Una
maturazione che non segue un percorso lineare, ma si dirama in tante
imprevedibili – ed esplosive – traiettorie. Un segnale? Le ascendenze
rintracciabili fra le pieghe di queste visionarie, febbrili, estatiche,
eteree canzoni (il mai abbastanza ricordato Harry Nilsson, l’onnipresente Lennon, senza contare i “soliti” Jeff Buckley ed Elliott Smith)
sembrano quasi accidentali, più che volutamente inseguite; lo stesso
discorso vale se si prova ad accostare McCombs a illustri colleghi come
Rufus Wainwright, Ryan Adams, Fyfe McDanger (Guillemots), il labelmate Benjy Ferree.
Basterebbe già l’incipit di Lionkillerper fugare ogni dubbio circa il carattere del disco – e del suo autore:
un blues infuocato e irregolare legato a una melodia vocale storta
(eppure ficcante); e non inganni se già dalla seconda traccia i toni si
smorzano progressivamente verso folk e pop, in una dimensione sempre
più impalpabile (le finali Windfall e Wheel Of Fortune, quasi immateriali); il fuoco è interno, non certo spento.
Che la Musa si sia seduta accanto a Cass ce lo rivelano poi That’s That (un ambiente sonoro preso di peso dai dischi di primi ’70 del Beatle John), Petrified Forest e Crick In My Neck,
veri e propri picchi di una scrittura che obbedisce sì a canoni
classici, ma è capace di imprevedibili guizzi (un bridge che ti mozza
il fiato, un ritornello che riemerge quando non te l’aspetti). Non
fosse sufficiente, quando entrano in ballo produzione e interpretazione
il ragazzo vince addirittura a man bassa: vedi tutti quei riverberi di
chitarre acustiche, percussioni e piano che collocano il suono in una
sfera sufficientemente onirica e fuori dal tempo (e stavolta senza
cadere negli standard 4AD, come era invece avvenuto in PREfection).
E vedi anche quel piglio delirante con cui affronta i suoi testi
(altrettanto deliranti, fra suggestioni religiose e autobiografiche),
quel timbro soffice che può farsi falsetto seducente e mai lezioso,
spesso moltiplicato in controcanti, armonie e coretti tutt’altro che
accessori (la lezione è quella di Pandemonium Shadow Show / Aerial Balletdi Nilsson). Siamo, insomma, di fronte a uno di quei dischi di cui si
rischia di dire tanto (troppo), ma non sarebbe mai abbastanza.
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