Recensioni

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Se il disco precedente, Bene, riaccuffava uno stato umorale positivo, con Affetti con note a margine uscito per Private stanze/Audioglobe Carmine Torchia, cantautore calabrase, girovago peninsulare, ora stabilmente domiciliato in Toscana, prende decisamente possesso di un cantautorato rock maturo e corposo.

Le arringhe contro i centri commerciali, i non luoghi che diventano affollati, l’amore degli spazi archelogicamente umani dove le relazioni diventano consistenti, sono le idee forza dell’autore da sempre. Oggi questa ragion d’essere s’ammanta di uno sguardo epistolare che persuade. I 14 brani di questo nuovo disco sono lettere mancate, lettere scritte e mai spedite. Ecco, questa mancanza, questo sforzo che non si conclude, che rimane monco, è il segreto che rende fascinoso questo lavoro, in un miscuglio musicale ineccepibile che colpisce fin dal primo brano, Dio non è un santo: tocco decisamente hard, basso che scalda, canto vaporizzato. Si ripete con un canto ritmico e sarcastico, “amarti come l’ombra che segue il corpo in gravità, è il vero atto politico, altrochè le coalizioni”, l’amore è un atto politico. Emozioni pop cartografiche (Cielo di Lèvanto, Il salmo che viene per te), splendidi donchisciottismi (Il garofano e la rosa), pile di Pink Floyd (Il tuo stile, L’epoca d’oro) e pile di Battiato, dal cameristico (Manù) carillon (Ammènzu ‘a via) all’elettro (Niente più ideologia).

E le lettere non sono mica poesie d’amore. A volte sono beffarde punte sui fianchi di chi ha vissuto il passato, di chi vive il presente e vivrà un futuro che è un buco ancora inesplorato. Una scrittura sempre viva, che porta il realismo sui binari dell’immaginazione, se non dell’ironia e della fantasia.

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