Recensioni

Tre dischi mixati da Carl Craig fanno notizia già di per sè. Quando si muove l’uomo di Detroit, erede di Derrick May e uno dei pochi numi tutelari che non ha mai perso il suo carisma dopo più di vent’anni di musica suonata e prodotta, bisogna stare attenti e ascoltare le mosse con calma. Masterpiece è nella forma un eco dell’ispirazione black di Coltrane, sorta di capo spirituale (insieme a Sun-Ra) per la blacktronica di sempre: i titoli dei tre dischi si situano in quella direzione mistica che da sempre l’uomo ci ha fornito, avvicinandosi ma mai raggiungendo l’illuminazione e il divino.
Il primo disco è Aspiration e contiene un mix di materiale nuovo dai protagonisti più freschi di Detroit, usato nei suoi live più recenti: Kyle Hall & Kero, Moodymann, Rick Wilhite e The Egyptian Lover, insieme ai più blasonati Loco Dice, Bens Sims e Tom Trago.
Il secondo è Inspiration e come dice il titolo raccoglie il meglio della musica black e techno che ha influenzato la sua produzione. Si va da Prince Jammy a Muddy Waters, da Erykah Badu all’amico Moritz Von Oswald (con cui tra l’altro aveva riletto alcuni pezzi classici in un bel disco di qualche anno fa), da Kevin Saunderson (aka E-Dancer) a Derrick May.
Il terzo CD è la parte più intensa. Un lunghissimo inedito chiamato Meditation che offre un Craig al meglio delle sue capacità di mediazione fra classe e battuta, fra stelle e sudore. Meditation si compone di sei brani (intitolati laconicamente Meditation 1 2 3 4 5 6) che partono da una psichedelia pinkfloydiana per poi incunearsi in un tunnel notturno con aperture analogiche e visioni da videogioco post-Tron. Un viaggio che si assesta su una battuta cupa, da realtà virtuale à la Matrix, techno uberpolished per connoisseurs del gioco. Quasi una dichiarazione di superiorità su tutto quello che oggi è diventato il genere techno, pratica musicale in molti casi priva di meditazione. La battuta bassa del giochino si trasforma in un ritmo in slo-motion di base, minimalista e al contempo magico, con quegli squarci che il Nostro ha da sempre usato sui singoli Planet E di inizio Novanta. Si va avanti poi con pianoforti stellari da pelle d’oca, cascate di echi, silenzi siderali. Passata la mezz’ora si viaggia su coordinate kraftwerkiane per la compattezza del ritmo e del basso, proseguendo su mistiche che inseriscono pure batterie registrate dal vivo.
La madre jazz che ritorna dall’Africa e qui si manifesta con tutta la sua potenza. L’eco di quello che non si può più dire sul dancefloor risuona nella coda di questa sinfonia di Craig, che si inabissa in un oceano cupissimo e drexciyano al punto giusto. Il suo è uno dei grandi ritorni di questo 2013. Il maestro è tornato.
Amazon
