Recensioni

È sorprendente come riesca ogni volta a cambiar pelle, Carl Broemel, chitarrista della formazione indie-rock My Morning Jacket. Qui alle prese con il suo terzo album solista 4th of July, pubblicato dopo un lungo periodo di registrazione (circa tre anni e mezzo) e a cui hanno preso parte anche Tom Blankenship e Bo Koster, rispettivamente bassista e tastierista dei MMJ. Broemel continua il suo viaggio introspettivo, inseguendo le direttrici già segnate in All Birds Say (2010), alla ricerca di un suono filamentoso di matrice squisitamente folk e lontanissimo dalle scorribande firmate MMJ che lo hanno – con merito – portato ad esser annoverato dalla rivista Rolling Stone tra i “Guitar Gods” del nuovo millennio.
Una volta accantonata l’aura pruriginosa da musicista indie-rock, vale la pena scavare in questa nuova prova discografica molto più votata ad un songwriting intimista e visionario che ricorda il migliore Tim Buckley. Solo che qui Broemel si diverte davvero a sparigliare le carte: gioca con le armonie, pizzica e sfiora le corde della sua chitarra acustica, allenta i tempi (4th of July) e stende il suo tappeto di suoni minimali – costruito ad hoc su echi e riverberi da pedal steel – sotto una pioggia di metafore e brani che sono piccoli racconti del quotidiano (Snowflake). Non manca neppure quella sensualità ondivaga 70’s – ormai affermatasi come un vero e proprio trend – che viene fuori nei lunghi fraseggi chitarristici (Landing Gear) à la Gilmour, così come ovunque sono disseminati indizi che la dicono lunga su questa stagione musicale (per alcuni musicisti) all’insegna del passatismo: la miscela folk-rock alla base di Fever Dream di Ben Watt (Sleepy Lagoon), la densità di Ray LaMontagne, lo splendido dialogo con la folk-woman Laura Veirs in Rockingchair Dancer che ricorda Love Letter For Fire firmato da Sam Beam e Jesca Hoop, e poi quel risultare così incredibilmente classic immortalando l’istantanea di quella che potrebbe essere più di una semplice alternativa all’effervescenza indie-rock a cui Broemel ci ha abituati.
4th of July è poco più di un EP, ma nella sua breve intensità riesce a toccare punte di grande suggestione. Eppure, a voler trovare una falla in questo lavoro, si potrebbe citare la natura non propriamente memorabile dei brani e quel senso d’incompiutezza che l’album si porta addosso, un disco così differente da quello precedente ma ancora lontano dal definire nitidamente quello che sarà il percorso futuro di Broemel. L’impressione, però, è che l’artista americano potrebbe riservarci ancora qualche inaspettata sorpresa.
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