Recensioni

6.4

Prima di immergerci nella recensione del nuovo lavoro solistico di Carl Barât è necessario fare un salto indietro di cinque anni, e tornare a quello che fu il primo mattone che il Nostro posò per la costruzione del percorso artistico in solitaria. A guardarlo a distanza di tempo, l’omonimo debutto di Barât (che arrivava in seguito alla piuttosto anonima avventura con i Dirty Pretty Things), altro non rappresentava che un tentativo di disintossicazione dalla violenza e dalla scontrosità del suono degli allora defunti Libertines. Una sorta di elaborazione del lutto che portò il chitarrista a vestire i panni di chansonnier e a comporre ballate dal retrogusto barocco che solo ora si svelano come il tentativo di lasciarsi il passato alle spalle per intraprendere un percorso artistico che gli permettesse di tamponare le sanguinanti ferite e, allo stesso tempo, riuscire a tenere testa all’ex-socio Pete Doherty (competizione dalla quale Carl Barât, diciamolo, è uscito più volte con le ossa rotte).

Ora, a distanza di dieci anni dalla dolorosa “separazione”, queste ferite paiono essersi rimarginate, così come la voglia di ripicca del Nostro pare essersi definitivamente placata; a dimostrarlo c’è il recente riavvicinamento artistico e umano tra Doherty e Barât, che nel futuro prossimo frutterà un nuovo attesissimo album di inediti targato Libertines. Il trentaseienne chitarrista, inoltre, pare essersi convinto a svestire quei panni da chansionnier maledetto, che, a detta di chi scrive, gli sono sempre andati fin troppo stretti, tornando a imbracciare la sei corde elettrica e a giocare con la sfrontatezza degli albori.

Let It Reign, registrato tra Los Angeles e Londra sotto la supervisione di Joby J Ford (the Bronx), segna perciò la metaforica riesumazione del suono sporco e riottoso dei Libertines. Un suono che sin dalle prime battute di Glory Days rivendica il forte legame di parentela con i Clash (in particolare, con il Joe Strummer solista) e con i padrini del britpop (War on the Roses, A Storm Is Coming tendono rispettivamente a Blur e Stereophonics ), mentre andando avanti con la tracklist torna a respirare – merito della band, The Jackals, reclutata attraverso annunci pubblicitari su internet e chiamata a supportare Barât in questa nuova fatica – l’aria ora iper-satura (Victory Gin, Summer in the Trenches, The Gears) ora più melensa (Beginning To See, Let It Rain) dei Libertines.

Se, come dichiarava qualche mese fa Barât, “le vele di Albione sono di nuovo in rotta”, questo Let It Reign non rappresenta altro che una bella folata di vento che ne facilita la ripartenza.

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