Recensioni

Che le band metal di lungo corso stiano riposizionando il loro suono per non darla vinta al tempo e timbrare il cartellino del prepensionamento, resta una cosa ammirevole e in qualche caso stupefacente: gli Iron Maiden sono recentemente tornati con l’album Senjutsu, sicuramente non paragonabile ai classici del loro passato, ma comunque creativo e di cuore, mentre i Napalm Death hanno stupito totalmente con Throes of Joy in the Jaws of Defeatism dello scorso anno, che ne ha continuato la leggenda con ulteriore slancio.
Tra i fautori del suono più incompromissorio rientrano anche i maestri Carcass, che appena sette anni fa si erano riuniti dando alle stampe Surgical Steel, un lavoro distruttivo, epico e immediato, realizzato da una band ancora in sella della propria visione, che non faceva affatto rimpiangere i tempi passati. Ma, si sa, Jeff Walker e soci non sono tipi che prediligono ripetersi.
Dopo ulteriori otto anni, rieccoli a rimescolare le carte in tavola con sfuriate trash (Torn Arteries), death cadenzato (Eleanor Rigor Mortis), ottimo grind-core (Kelly’s Meat Emporium) e persino influssi stoner (Dance of Ixtab (Psychopomp & Circumstance March No. 1 In B)) e dilatazioni prog (i nove minuti di Flesh Ripping Sonic Torment Limited); ma nondimeno con brani decisamente sottotono come Wake Up and Smell the Carcass / Caveat Emptor, che non lascia grandi segni, e In God We Trust, che rimane nel classicismo meno incisivo.
Un disco per alcuni versi interessante ma che, nonostante tutti i buoni ingredienti che conosciamo, manca complessivamente di quel pizzico d’anima in più come anche di una quadratura definitiva che avrebbe fatto gridare al miracolo ancora una volta – sì, purtroppo per loro, ci hanno abituato molto bene in passato. Le melodie suonano mediamente meno efficaci e vitali del solito, le costruzioni e i cambi viaggiano più telefonati e lo “sperimentalismo” presente è quello ravvisabile in album come Swansong, ovvero un approccio più “rock’n’roll” (notare le virgolette) che ai Nostri – bisogna dirlo – riesce meno bene che ad altre band – tipo gli Entombed di Volverine Blues, per intenderci.
Ovvio che sarebbe fuorviante paragonarlo a classici della musica estrema come Heartwork, inarrivabile e perfetto connubio di violenza e melodia, eppure questo Torn Arteries si pone anche un po’ al di sotto delle aspettative generate dal sopracitato ritorno del 2013. Nulla di scandaloso o che possa minare l’affetto dei fan, il disco è dignitoso e tiene alto il morale della truppa, ma non va oltre la constatazione di una band in salute. Se di ottima salute si tratti, tuttavia, lo potremo scoprire solo in futuro. Per ora non possiamo che essere felici che i Carcass siano ancora qui a lottare assieme a noi.
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