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Se provassimo a dare un coefficiente numerico a longevità, numero di dischi, e valenza artistica degli stessi per fare una classifica della cosiddetta scena di Canterbury, i Caravan molto probabilmente svetterebbero su tutti i competitor. Ma cosa vuol dire Canterbury in gergo musicale? Tantissimo. Ci vorrebbe un libro intero per descrivere centro, diramazioni e sfumature di uno degli anti-generi tra i più imprendibili, proprio come la classica sabbia che si cerca di trattenere invano tra le dita di un pugno chiuso.

I Caravan nascono dalla ricetta originale dei Wilde Flowers, minestrone preparato nei primi anni ’60 all’interno della cucina della migliore trattoria della città dei famosi racconti di Geoffrey Chaucer: niente chef e ristoranti stellati; artigiani di grande intuito invece, molto sensibili alla ricerca di nuova materia prima, genuina ma allo stesso tempo di qualità. Cresciuti in modo naturale e raccolti in provincia, nella pentola ramata vengono buttati Robert Wyatt, Pye Hastings e Richard Coughlan suoi compagni di scuola, Richard Sinclair e il cugino David, i fratelli Brian e Hugh Hopper; non c’è bisogno di un ordine, così a casaccio va bene. Dopo avere mescolato ben bene, alla fine vengono aggiunte spezie esotiche come Richard Allen (dall’Australia) e Kevin Ayers (cresciuto in Malesia). Il tutto viene fatto mantecare, poi messo a riposare, risistemato sul fuoco e rimestato a lungo di nuovo. Un processo che dura un paio di anni. Infine, e qui sta il cuore del procedimento, si aggiunge la sostanza a sorpresa: Mike Ratledge, di nuovo a Canterbury dopo la parentesi all’università di Oxford.

Serve a coagulare da una parte Wyatt-Allen-Ayers insieme a lui; dall’altra a lasciare liberi di galleggiare nel brodo Pye Hastings, David Sinclair, Richard Sinclair, Richard Coughlan. I primi raccolti col mestolo si presentano sul menu come Soft Machine; gli altri, una volta asciugati, come Caravan. Che con un pizzico, proprio una spolveratina, di flauto di Jimmy Hastings vanno a registrare l’omonimo esordio del 1968. Una portata che non fa impazzire i palati fini, che dovranno aspettare un paio di anni e If I Could Do It All Over Again per umettarsi le labbra alla posa del disco sul piatto (altresì detto giradischi): un deciso passo in avanti in fatto di sapori e colori; un semplice antipasto se lo si guarda, e soprattutto ascolta, alla luce di In The Land Of Grey And Pink che arriva nel 1971.

Questi Caravan, del 1971, hanno dalla loro due cose su tutte: la voce di Richard Sinclair (che si alterna a Pye Hastings), in quella dolce tonalità che, se lo cantasse lui, renderebbe piacevole anche l’annuncio dell’imminente fine del mondo; il cugino David, uno dei tastieristi più sottovalutati dell’intero prog e zone limitrofe, non un bravo musicista ma un vero fuoriclasse. Nine Feet Underground, la suite che occupa l’intero lato B e per i Caravan rappresenta ciò che Supper’s Ready vale per i Genesis, è in gran parte cosa sua. A partire dall’incipit che, come da tradizione, deve essere uno schiaffo ben assestato (in questo caso) all’ascoltatore, per risvegliarne l’attenzione e non perdere più la presa: quasi sei minuti di botta e risposta tra tastiere dalla diversa voce, interrotti da un breve solo di sax di Jimmy Hastings prima che il cugino prenda a cantare sul ritmo increspato di Richard Coughlan. Protetto dalla cittadella eretta dalle tastiere di Stewart, dentro la quale i Caravan trovano rifugio, conforto e forza di coesione. Dire che Nine Feet Undergrond si può considerare una sorta di (suo) album nell’album potrà offendere qualcuno, ma se a Cesare va dato ciò che è di Cesare, la Storia lo esige, Dave Sinclair nel piccolo regno musicale di Canterbury non può essere trattato altrimenti: l’accordo era di dividere equamente i credit sulla scrittura dei brani, ma la suite dell’album è quasi esclusivo merito della creatività del tastierista. Tanto è vero che il titolo di lavoro era Dave’s Thing.

Racconta Pye Hasting: «Era la composizione di Dave. Aveva scritto quattro sezioni unite per mezzo di collegamenti musicali portati dal resto di noi. Uno dei riff di collegamento era mio. Abbiamo aiutato variando qualche parola qui e là e portando qualche cambio di accordi». E aggiunge: «Dave, in modo particolare, era molto avanti rispetto a noi in termini di sviluppo musicale, dunque aveva tanto da dire sull’album. Anche Richard Sinclair aveva un mucchio di buon materiale. Io ho contribuito con una sola canzone e qualche spunto qua e là, che era giusto perché avevo scritto gran parte dei primi due album».

La canzone scritta dal chitarrista è Love To Love You (And Tonight Pigs Will Fly), quella che fa sfoggio del più alto tasso del “rosa” nel titolo e sulla copertina dell’album, probabilmente il valium versato nella birra di Sinclair per limitarlo a un uso del pianoforte scevro della sua solita esuberanza. E non a caso, il 7” uscito in anticipo sull’album il 12 febbraio 1971; Golf Girl sull’altro lato, che a proposito di incipit si distingue per la insolita apertura di Piccolo suonato da Jimmy Hastings e si dipana con leggiadria al ritmo di pennate di chitarra elettrica quasi reggae, mellotron, flauto e organo: singolo di rara armonia, se si pensa all’equilibrio tra le due composizioni più vaporose ed euforizzanti del disco. Golf Girl esce dalla biro di Richard Sinclair così come Winter Wine, che tende al registro onirico/malinconico – ed ecco un po’ del “grigio” – e pure In The Land Of Grey & Pink, ninnolo dalle parole surreali sulla cui elettrica superficie risaltano i resti di precedenti affondamenti acustici – chitarra e pianoforte.

In The Land Of Grey And Pink, adornato da una sontuosa copertina gatefold illustrata da Anne Marie Anderson, esce giovedì 8 aprile 1971. A fronte di tanta bontà le aspettative sono alte, ma nonostante la favorevole accoglienza da parte della critica e i buoni esiti dei concerti, il pubblico non acquista le copie necessarie a rendere roseo il futuro della band. Né la Deram/Decca offre il dovuto supporto. Una storia già vista.

I Caravan proseguiranno comunque ma senza il loro timoniere, quel David Sinclair che riparte da Robert Wyatt per il suo personale End Of An Ear e dai Matching Mole. Altra vicenda che si conclude a breve ma in gloria: una costante delle avventure musicali del tastierista. Perché c’è chi è bravo a scegliere sempre la strada sbagliata del bivio, proprio in barba alle proprie doti non comuni. Il destino sempre pronto a dispensare loro un sorriso posticcio dietro al quale si cela in verità un ghigno beffardo. È la storia dell’arte. O meglio, di chi dell’arte ha fatto la storia. Poi Sinclair tornerà tra le braccia dei vecchi compagni per riallontanarsi, a più riprese come fanno gli amanti indecisi. Tra bassi e alti che non raggiungeranno mai più i vertici di In The Land Of Grey And Pink.

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